Editoriale: Cara HTC ti scrivo, anche se non sono sicuro di conoscere ancora il tuo indirizzo

Nicola Ligas -

Cara HTC, se questa non è la prima volta che mi leggi, saprai già che ti sono molto affezionato. Sono stato utente HTC prima ancora che utente Android, ed in un certo senso, se non fosse stato per te, oggi forse non sarei qui a scriverti. Ma questo te l’ho già detto più volte; così tante che ormai, più passa il tempo e più perdono di significato. Non giriamoci tanto attorno quindi, perché l’elefante è nella stanza, ed è inutile negarlo.

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La crisi di HTC è più lunga di quanto io stesso ricordassi

Stavo dando un’occhiata al bilancio che tu stessa regolarmente pubblichi, e devo dire che è peggiore di come lo ricordassi. Le tue ultime crescite nette, di anno in anno, risalgono al 2011. Dal 2012 in poi ci sono valori negativi nella stragrande maggioranza dei mesi, segno che nel corso degli ultimi 5 anni sei quasi sempre andata a calare. Non lo dico per enfatizzare la cosa, è che davvero, se avessi dovuto dire a memoria quando è iniziata la tua crisi, avrei pensato a tempi più recenti.

Qualche numero? Nel 2011 hai avuto un gettito di 465.796 milioni di nuovi dollari taiwanesi, ovvero oltre 14 miliardi di euro circa 14.230.000.000, mentre nel 2016 hai toccato il tuo minimo storico (dopo anni di continui cali), con appena 78.161 milioni di nuovi dollari taiwanesi, ovvero poco più di 2 miliardi di euro. Non penso che occorra una grande analista finanziario per accorgersi che questo trend non potrà continuare a lungo, e non sono qui per ribadire l’ovvio rigirando il coltello nella piaga. Però mi piacerebbe tanto sapere cosa pensi di fare, perché sinceramente in questi ultimi anni non ho visto un grande cambio di strategia.

È vero, i tuoi vertici sono cambiati lo scorso anno (ce n’è voluto!), e non solo loro, e se da una parte non sarà stato facile colmare la fuga di cervelli, dall’altra non mi sembra che ci sia stato un netto cambio di passo. Quando un animale è ferito ti aspetti anche che possa reagire in maniera inconsulta, ma tu hai continuato ad andare avanti per la tua strada come se nulla fosse successo, ovvero realizzando top di gamma sempre più cari, e smartphone di fascia media (mai entry-level) sempre dal prezzo un po’ salato. Quando ti ho chiesto il perché di questa strategia, hai risposto, sorridendo un po’ beffarda, che gli altri produttori si accapigliano in una fascia (quella low-end) che non rende, mentre tu saggiamente ti dedichi al mercato premium dove ci sono più margini. Questo può essere vero in linea di principio, però se di smartphone ne vendi pochi, anche con margini più ampi, i guadagni sono quelli che sono, ed i numeri che tu stessa snoccioli non mentono al riguardo.

E poco importa il fatto che HTC Vive sia un prodotto riuscito bene, perché per quanto sia giusto che tu ti vanti della qualità della tua realtà virtuale, che è superiore a buona parte della concorrenza, non si tratta comunque di un mercato in grado di farti voltare pagina. Non adesso, e non nei prossimi anni; a meno che, per qualche motivo a me ignoto, non ci sia un improvviso boom del virtuale che ora non riesco a prevedere. La cosa bella poi è che di solito i side-project ti riescono anche bene, come la RE Camera, ma poi è ovvio che con il tuo core-business in crisi tu non riesca a dargli il seguito che vorresti, e così anche i piani per qualcosa di alternativo come uno smartwatch vengono accantonati.

L’umiltà, per quanto finta possa essere, è un segnale che manca

Ci sono un paio di cose che ad oggi mi preoccupano davvero, e sono conseguenza di quanto detto finora. La prima è che non ti ho mai sentito chiedere scusa. Non è un segno di debolezza; tutt’altro, sarebbe stato un segno di forza. Riconoscere i propri errori, i propri problemi, ammetterli e chiedere scusa a quegli affezionati clienti (perché ne avevi diversi) che nel frattempo magari ti avranno “tradito” a vantaggio di qualcun altro. Di certo non poteva nuocerti! La seconda fonte di preoccupazione è l’arroganza, che ancora oggi dimostri sia nel non scusarti di nulla (vedi punto precedente), sia nell’incaponirti in una strategia che si è già rivelata poco efficace, tanto per usare un eufemismo. Hai l’aplomb di un lord inglese che non vuole ammettere di essere fuori moda e continua a lustrarsi come un tempo convinto che sia il resto del mondo a doversi adeguare.

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HTC U Ultra ed U Play sono l’emblema stesso di come ti vedo, e di come credo molti ti vedano. Smartphone belli, curati, adatti a stare sotto una teca per farsi ammirare magari, ma “irrazionali” nella loro collocazione di mercato. Nel corso del tempo inoltre, anche la tua interfaccia Sense, che prima brillava per originalità e funzionalità, è stata appiattita su Android stock, ed ormai non detta più moda come usava fare. Tu hai giustificato tutto ciò con la necessità di aggiornamenti più veloci e di venire incontro al cambiamento dei gusti dei clienti, ma la realtà dei fatti è che la tua esperienza software si è fatta sempre meno “tua”, laddove invece prima era un valore aggiunto. E sinceramente è amaro constatare come proprio uno dei tuoi tratti più riusciti e distintivi, sia una delle poche cose che hai deciso di lasciar andare, magari anche in parte costretta da ragioni economiche, ma il risultato ora è questo, ed avrebbe potuto essere diverso.

Domare le onde del mercato non è facile, e ci sei riuscita, un tempo, ma questo non significa che tu debba pensare di esserne sempre in grado. Cavalcarle è un altro paio di maniche, e per farlo occorre forse rinunciare ad una parte di te stessa, quella più orgogliosa, quella che ti diceva che comunque tu facevi bene ed erano gli altri a sbagliare, a non capirti. Riuscirai ad ammettere di non essere perfetta, e quindi a realizzare lo smartphone “perfetto”? Io ancora ci spero, ma non so più se crederci.