Editoriale: Cara Huawei ti scrivo

Nicola Ligas -

Cara Huawei, ti immagino un po’ come questa modella che tu stessa hai ingaggiato: non mora e col cappello di paglia, ma intenta a ridertela. Ridertela della concorrenza che ti aveva preso sotto gamba, soprattutto, ed un po’ anche degli stessi utenti, caduti in massa nella tela che con tanta calma hai tessuto. Per quanto mi riguarda lo ammetto onestamente: ti avevo sottovalutato anch’io. Non in tempi recenti, ma diversi anni fa, quando eri ancora nota principalmente per i tuoi modelli economici. Nulla di male, sia chiaro: in molti si sono fatti le ossa con la fascia medio bassa, e nessuna grande azienda la può comunque trascurare, a meno che tu non ti chiami Apple o HTC (e sappiamo tutti come abbia funzionato bene per quest’ultima). Poi però tu hai iniziato ad alzare la cresta, ed è stato lì che ho dubitato di te. E ho sbagliato.

Il successo di Huawei viene da lontano

Il primo tuo smartphone più “arrogante” è stato Huawei Ascend P7, che con i suoi 449€ di prezzo di lancio iniziava già un po’ a discostarsi dal tuo tipico target di allora. Non era solo una questione di prezzo, ma anche di design e cura nella realizzazione, e soprattutto di promozione: i video che realizzasti all’epoca traboccavano di “craftmanship” ed “excellence“, parole altisonanti, che dalla tua bocca suonavano un po’ come quelle del piccolo Davide che sfidava Golia, e nonostante fosse chiara una certa ispirazione ad altri brand di successo in taluni spot emozionali, forse proprio per questo sei stata presa sotto gamba anche da loro; ma ormai se ne saranno pentiti da tempo.

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Era infatti solo solo il maggio del 2014, e di strada ne hai fatta eccome da allora. Già pochi mesi dopo, a fine ottobre dello stesso anno, hai lanciato il sotto-brand Honor ed il tuo piano ha iniziato a prendere una forma più concreta, e gli ingranaggi hanno iniziato a girare nel verso che avevi programmato con tanta pazienza. Perché varare una nuova linea di smartphone che sembrava in aperta concorrenza con quello che era stato finora il tuo territorio? Semplicemente perché era ad un altro livello che ormai ambivi da tempo: quello dei top, e quale modo migliore per arrivarci se non quello di “svalutare te stessa”, di lasciare che fosse qualcun altro a (fingere di) occuparsi della fascia medio-bassa, mentre tu ti saresti concentrata su quella più alta.

Che Honor sia stata una mossa vincente lo si era capito fin da subito, con un boom di vendite già a pochi mesi dal lancio dei primi modelli, per non parlare del fatto che, nel giro di nemmeno due anni, gli smartphone Honor hanno superato i 100 milioni di vendite, una cifra che parla da sola e che fa invidia alla concorrenza.

Il lancio di Huawei P8 nell’aprile del 2015, la cui variante di punta costava ben 599€, è stato un altro punto di non ritorno, o forse sarebbe meglio dire “pietra miliare”. Ancora una volta il prezzo è indice di una crescita che il mercato vuole che passi anche attraverso i soldi che i consumatori devono sborsare per accaparrarsi i tuoi modelli di punta, e tu li hai convinti che uno smartphone Huawei valeva quei soldi. Fino a pochi anni prima nessuno ci avrebbe creduto; tranne te ovviamente. Huawei P9, arrivato l’anno successivo, a partire da 599€ (il prezzo del top 2015 diventa la base del 2016), ha solo ribadito questo fatto, e Huawei P10, atteso a breve, non potrà che fare altrettanto.

A questo punto vorrei soffermare un attimo la vostra attenzione sul video qui sotto. Si tratta della canzone che Huawei ha lanciato ai tempi della presentazione di Mate S, e che da allora ha accompagnato il brand in tutti i suoi principali eventi: Dream it Possible.

Avete forse pensato che sia un brano pomposo e melenso, poco adatto ad un brand di telefonia? Eppure sono convinto che prima o poi abbiate sentito la suoneria di uno smartphone Huawei basata su questa melodia, o che magari qualcuno di voi l’abbia riconosciuta da The Voice of Italy (su su, siate onesti!). Il punto è che Huawei è ormai ovunque, ed in termini promozionali non deve più prendere lezioni da nessuno. Accostare a sé stessi un “sound” riconoscibile fa parte di tutto questo, tanto che lo stesso brano è stato protagonista in tempi più recenti di un video emozionale che è in pratica uno short movie basato sul testo della canzone stessa, a conferma di quanto quello di Huawei sia un treno che va solo avanti.

E la partnership con Leica a cosa credete sia servita? Indizio: la qualità fotografica dei suoi smartphone era l’ultimo dei pensieri di Huawei (per quanto lo negasse). E l’aver assoldato Scarlett Johansson (ed Henry Cavill) come Global Product Ambassador? Sono tutti status symbol. Sono un modo per imporre i propri prodotti come oggetti alla moda, per dire alla concorrenza “noi siamo qui, siamo al vostro pari” e per dire ai consumatori che con Huawei non stanno comprando niente che non comprerebbero anche degli attori famosi (e probabilmente ben pagati, ma questo è un altro discorso).

Quando si fermerà la corsa di Huawei? Ma soprattutto: perché dovrebbe?

E dunque com’è andata? Tutto questo impegno, anche economico-promozionale, ha pagato? Le compagnie di analisi di mercato dicono di sì, tessendo le lodi di Huawei in Cina e all’estero, ed in particolare anche in Italia, dove uno smartphone su quattro tra quelli venduti nel 2016 aveva il suo marchio. Huawei è ormai stabilmente il terzo produttore a livello mondiale, e non è qui l’azienda si vuole fermare. Certo, l’impressione è un po’ quella che proprio una battuta d’arresto potrebbe essere altamente nociva per un’azienda che non si è mai presa un momento di pausa, come se avesse paura di perdere lo slancio accumulato (e forse è proprio così). Samsung, ad esempio, ha dimostrato di essere un colosso proprio “nella sua ora più buia”, incassando quasi come nulla fosse il “colpo Galaxy Note 7”, e dubito che Huawei potrebbe fare altrettanto. Ma non vorrei commettere l’errore di sottovalutarla due volte, perché ho la sensazione che me ne pentirei.

Questo articolo, come editoriale, riporta le opinioni personali di chi scrive e quindi non rispecchia necessariamente l’opinione della redazione o del resto del team.