È giusto chiedere agli utenti Android di installare un'app per non essere spiati con AirTag?

È giusto chiedere agli utenti Android di installare un'app per non essere spiati con AirTag?
Giuseppe Tripodi
Giuseppe Tripodi

Negli ultimi mesi si è parlato moltissimo di come gli AirTag possono essere utilizzati per spiare persone inconsapevoli: basta piazzare il piccolo tracker di Apple in una borsa o fissarlo ad un'auto con del nastro per conoscere sempre con discreta precisione dove si trova la vittima.

L'ipotesi di un utilizzo improprio degli AirTag è sempre stata chiara ad Apple, che sin dal momento del lancio ha annunciato di aver preso tutte le contromisure per evitare che i suoi Bluetooth tracker potessero essere utilizzati per fini malevoli. Ad esempio, su iOS si riceve una notifica nel caso in cui un AirTag non collegato al proprio account si trovi per troppo tempo vicino all'iPhone: un modo semplice ed immediato per scoprire se qualcuno sta provando a spiarci tramite il tracker.

È proprio grazie a questa funzionalità che alcuni utenti si sono resi conto di essere spiati: nelle ultime settimane, diverse fonti hanno raccontato episodi simili. Ad esempio, il New York Times ha raccontato di una ragazza che, dopo la notifica ricevuta da una amica in macchina con lei, ha trovato un AirTag nascosto dietro la targa; a tal proposito, la polizia canadese ha detto di star indagando sull'eventualità che gli AirTag vengano utilizzati per tracciare veicoli di alto valore, per rubarli quando vengono parcheggiati. Anche BBC, in un articolo pubblicato ieri, ha raccolto le storie di diverse donne che si sono accorte di essere stalkerate tramite un AirTag.

Insomma, il rischio è concreto e tangibile, ma se gli utenti iOS ricevono automaticamente una notifica quando un AirTag estraneo gli ronza intorno per troppo tempo, che succede invece con gli utenti Android? La risposta breve è: niente. 

In realtà non è proprio così e, in parte, basta mettersi in ascolto per scoprire se qualcuno ci ha nascosto un tracker addosso: con un aggiornamento firmware, infatti, Apple ha aggiunto una funzione che fa suonare l'AirTag in momenti random quando viene mosso, se il tracker si trova da più di 8 ore lontano dal proprietario. 

Tuttavia, questa soluzione non è stata considerata sufficiente e, per far fronte al problema, a dicembre Apple ha lanciato un'app Android chiamata Tracker Detect, che permette anche agli utenti Android di scoprire se intorno a loro c'è un AirTag.

Ma non possiamo fare a meno di domandarci: è giusto che gli utenti Android siano costretti ad installare un'app di Apple per scoprire se c'è qualcuno che sta provando a spiarli con un prodotto Apple?

Evidentemente non siamo stati gli unici a chiederlo, visto che tra le recensioni in italiano ci sono diversi utenti che si chiedono lo stesso. Ad esempio, in un commento particolarmente calzante, l'utente Mauricio scrive

Mi sembra assurdo che debba avere un'app per sapere se qualcuno sta usando un prodotto Apple per tracciare i miei spostamenti. Non sono io che devo "sospettare di essere tracciato" per installare e usare l'app, è Apple che non deve creare prodotti e che permettono di farlo così facilmente. È inquietante. Questa app non ha altri scopi su Android.

L'utente in questione centra il punto, evidenziando quello che – a nostro dire – è la vera ingiustizia da parte di Apple: l'applicazione Tracker Detect non permette di utilizzare AirTag su Android, serve solo ed esclusivamente ad accertarsi che nessuno stia sfruttando questo piccolo prodotto Apple per spiare un malcapitato utente.

Intendiamoci: il problema dello stalking o dello spiare vittime ignare non nasce con gli AirTag. Da decenni esistono tracker GPS che si possono acquistare a poche decine di euro. 

Il "problema" è che gli AirTag hanno reso estremamente più semplice e alla portata di tutti lo stalking: grazie al loro funzionamento, basato sulla prossimità dei dispositivi Apple che ne aggiornano la posizione sui server, gli AirTag offrono una semplicità d'uso che i vecchi tracker GPS si sognano. Non hanno bisogno di una SIM o di un abbonamento, hanno un'autonomia di mesi, si interfacciano con un'app semplicissima da usare e costano relativamente poco.

In altre parole, il problema di essere tracciati tramite un dispositivo nascosto esiste da sempre: la "colpa" di Apple è aver realizzato un dispositivo che funziona così bene, sfruttando tecnologie (Bluetooth ed Ultra wideband) che rende il tracker (e lo stalking) davvvro alla portata di tutti.

Proprio per questo, non possiamo che chiederci: non si dovrebbe cercare una soluzione migliore rispetto ad un'applicazione, di cui per altro la maggior parte delle persone al mondo ignora l'esistenza? Al momento, l'app ha solo 100.000 download, una cifra irrisoria.

Gli AirTag utilizzano la tecnologia Ultra Wideband (UWB) per funzionare, ma non sono gli unici tracker a funzionare così: anche i Galaxy SmartTag+ si basano su UWB e, negli ultimi mesi, Tile ha annunciato che nel 2022 arriveranno i Tile Ultra (supportati da Google), che useranno l'Ultra Wideband in maniera analoga a come fanno gli AirTag.

A tal proposito, non possiamo che chiederci se la soluzione per ovviare ai problemi citati non sia lavorare ad uno standard unico per i tracker Ultra WideBand, una sorta di protocollo condiviso che permetta a tutti gli smartphone dotati di UWB di visualizzare i dispositivi intorno, a prescindere dall'azienda produttrice e l'ecosistema a cui si interfaccia il tracker.

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