La storia di come Google abbia sbagliato tutto lo sbagliabile con gli smartwatch

Nicola Ligas - E di come ormai, forse, non ci sia più rimedio.

Chiunque segua il mondo mobile è ormai cosciente del successo di Apple Watch, ed allo stesso modo è cosciente di come Google abbia palesemente perso il treno, nonostante ci fosse salito sopra per primo. Finora non sapevamo di preciso come fossero andate le cose, ma un lungo report di Business Insider svela adesso diversi retroscena, che per quanto non verificabili risultano comunque molto credibili.

Quando nell’ottobre 2016 furono lanciati i primi smartphone Pixel, segnando l’inizio dell’era Made by Google, doveva essere presentato assieme a loro anche uno smartwatch. Fu il neo-capo della divisione hardware di Google, Rick Osterloh, a scartare l’idea pochi mesi prima, pensando che un simile prodotto non si inserisse bene nella nuova line-up dell’azienda.

Rick Osterloh, Google’s head of hardware

Rick Osterloh scartò il Google Watch a pochi mesi dal lancioQuesta sfortunata decisione ha poi condotto Google su una spirale discendente, che finora non mostra alcuna inversione di rotta. Il passaggio da Android Wear a Wear OS non ha cambiato minimamente le carte in tavola, e ad oggi il gruppo Fossil è in pratica l’unico partner di rilievo di BigG nel suo tentativo di non scomparire dal segmento smartwatch, dove i dispositivi Wear OS occupano circa il 6% del mercato. Non aspettatevi inoltre di vedere uno smartwatch Google al prossimo evento di metà ottobre, perché non ci sarà.

Eppure Google quantomeno intuì le potenzialità degli smartwatch ben prima di Apple. Nel 2013 l’azienda doveva decidere proprio se rilasciare un suo orologio o se focalizzarsi solo sul software, lasciando ai vari partner il compito di produrre dei dispositivi, come del resto era fino ad allora stato con Android.

All’epoca l’unico smartwatch di un certo successo era Pebble, che aveva raccolto oltre 10 milioni di dollari su Kickstarter, e lo stesso Andy Rubin sembrava a favore di uno smartwatch by Google. Peccato che il fondatore di Android abbia lasciato l’azienda nel marzo 2013 e che un paio di mesi dopo il suo addio fu deciso di concentrarsi solo sul software, anche perché era la soluzione più familiare e quella che con gli smartphone aveva dato i suoi frutti. Fu così che, nel marzo 2014, vide la luce Android Wear.

Replicare su smartwatch la formula smartphone non fu una buona ideaE gli esordi sembrarono dare ragione a Google, con Android Wear che nel primo anno raggiunse circa il 27% del mercato (tutte stime IDC), ma erano solo le scintille degli esordi e di un mercato non ancora matura. Proprio nel 2015 infatti arrivò Apple Watch, che col tempo è diventato tutto ciò che Google non è stato capace di fare, ed oggi siede tranquillo sul trono col 37% di mercato e grande soddisfazione dei suoi acquirenti. E nel frattempo, sempre nel 2014, Samsung decise di andare per la sua strada, abbandonando del tutto Android Wear a favore di Tizen; un altro chiodo sulla bara del progetto di Google, che perdeva così quello che nel settore smartphone era (ed è) il suo partner principale. La stessa cosa vale in buona parte anche per Huawei, sempre più distanziata da Android Wear con il passare del tempo (e non da ultimo da Android stesso, ma questa è un’altra storia)

Ironia della sorte: gli smartwatch basati su dei fork di Android, privi delle Google app, sono molto popolari in Cina, tanto che raccolgono circa il 28% del mercato. La loro qualità sarebbe tutta da dibattere, ma questo è un altro discorso. Inoltre, per aggiungere danno alla beffa, anche la chiusura di Google+ è stato un ulteriore colpo di cilicio, dato che in pratica il social network della casa era anche l’unico vero punto d’incontro per la comunità di sviluppatori legata a Wear OS, e non è mai stato rimpiazzato in alcun modo. E se c’è una cosa che comunque ha contribuito al successo di Android in tutti questi anni è proprio la comunità.

Hiroshi Lockheimer, Senior Vice President at Google

Nel tardo 2015, Hiroshi Lockheimer, il capo di Android, decise che era venuto il momento per Google di mostrare in prima persona cosa Android poteva fare, senza affidarsi solo sui propri partner. L’intento era di spingere l’intero settore a realizzare dispositivi più grandi e costosi per competere con Apple; e col senno di poi, se ci pensate bene, questo piano ha avuto successo.

La visione di Lockheimer si concretizzò infatti, come già osservato, nell’ottobre 2016 con il lancio dei primi Pixel, ed uno smartwatch Pixel era infatti previsto, realizzato in collaborazione con LG, come del resto fecero intendere numerosi rumor all’epoca. Osterloh, divenuto capo della divisione hardware di Google solo quella stessa estate, non vedeva però il Google Watch (questo il suo nome provvisorio) ben inserito nella famiglia di prodotti che sarebbero stati svelati e sembrava anche che proprio la sincronizzazione con i Pixel presentasse qualche problema. Fu così che quelli che dovevano essere i Google Watch furono lanciati in seguito come LG Watch Style e Watch Sport.

Anche Qualcomm (e non solo) nel mirinoCol passare del tempo è poi divenuto evidente un altro problema: la carenza di hardware adeguato, nello specifico di un processore che potesse reggere il confronto con le performance che gli utenti si erano ormai abituati a vedere su Apple Watch. Ci sono voluti anni perché Google convincesse i suoi partner a cercare di tenere il passo, ma spesso il calendario di BigG non ha coinciso con quelli altrui.

Qualcomm non ha mai rilasciato un chip degno di tale compito, salvo dei rebrand che non hanno cambiato le carte in tavola, anche se rimangono delle speranze per il prossimo futuro, ed al lancio di Android Wear 2.0 ad inizio 2017, Google non riuscì a convincere né Huawei, né Motorola, né Sony a presentare nuovi smartwatch per esaltare le novità della nuova versione, prima fra tutte la possibilità di effettuare chiamate. La divisione tra hardware, realizzato dai vari partner, e software, prodotto da Google, era insomma diventata un autentico boomerang, considerando anche che né AppleSamsung avevano questo problema.

Il futuro non è roseoEd il problema più grande è che, nonostante questo, il mercato smartwatch non è così ricco da giustificare l’investimento che occorrerebbe a Google per cercare di cambiarne le sorti adesso. Sviluppare il chip che manca in-house è dispendioso ed anche per quanto riguarda la produzione dello smartwatch stesso ormai le opzioni scarseggiano. L’unico partner di rilevo, come abbiamo già osservato, è rimasto solo il gruppo Fossil. Tag Heuer, tanto per citare un altro nome di spicco, avrebbe venduto appena 65.000 unità dei suoi due smartwatch, e non si sarebbe del tutto ritirata solo per una questione d’immagine. Stando così le cose però, sembra davvero di assistere al lento morire di Wear OS, un copione che purtroppo abbiamo già visto altre volte.

Google ha declinato la richiesta di Business Insider di parlare con Rick Osterloh e Stacey Burr, attuale capo di Wear OS, riguardo il futuro della piattaforma. Speriamo solo che non ci sia già una lapide col suo nome sopra.

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