Tinder è l’ultimo insubordinato illustre ad uscire allo scoperto contro la tassa sui ricavi del Play Store

Edoardo Carlo Ceretti - I pagamenti per gli acquisti in-app del più celebre dei servizi per incontri avverranno direttamente su server propri, aggirando il Play Store.

Dopo il caso Fortnite deflagrato l’estate scorsa, ora è il turno di un altro grande protagonista del panorama online schierarsi apertamente contro la politica del Play Store, che impone una tassa del 30% su tutti i ricavi generati grazie al negozio di Google. Si tratta di Tinder, che ha deciso formalmente di sottrarsi al giogo di Big G, tenendosi interamente per sé i suoi lauti guadagni.

Per chi non lo conoscesse, Tinder è un servizio mobile che consente alle persone di entrare in contatto con altri iscritti che si trovano nelle vicinanze, al fine di fare nuove conoscenze ed eventualmente organizzare incontri per approfondirle. Pur essendo di base gratuito, Tinder offre anche dei piani a pagamento, che mettono a disposizione funzionalità aggiuntive e avanzate. Fino a questo momento, Tinder su Android si serviva del Play Store per riscuotere gli acquisti in-app necessari, ma da ora non sarà più così.

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A rivelarlo è Match Group – azienda creatrice di Tinder – che ha spiegato a Bloomberg che, a partire da ora, i ricavi generati dagli acquisti in-app transiteranno direttamente su server proprietari, aggirando il sistema di pagamento integrato nel Play Store, che trattiene un 30%, come previsto dalle policy accettate da tutti gli sviluppatori. Tinder vuole dunque tenersi l’intera torta, tagliando fuori Google.

Per il momento, il colosso di Mountain View non ha preso posizione circa la notizia, che non soltanto gli provocherà un danno economico, ma che ha tutta l’aria di violare gli accordi di permanenza sul Play Store. Se infatti Epic Games aveva deciso di pubblicare Fortnite per Android fuori dal Play Store, non solo sottraendosi alle restrizioni economiche, ma rinunciando anche a beneficiare della visibilità garantita dal negozio di Google, Match Group sembrerebbe invece intenzionata a rimanere sul Play Store, senza più condividere con Big G i propri ricavi.

Nel caso Google non prendesse provvedimenti in merito, si tratterebbe di un pericoloso precedente, che potrebbe spingere altri colossi a seguire l’esempio di Match Group, allargando la fronda e spingendo alla lunga Google a rivedere le proprie politiche. Vi terremo informati in caso di ulteriori sviluppi sulla vicenda.

Via: The VergeFonte: Bloomberg