Se alcune app Android ci “osservassero” inviando screenshot a società di marketing senza consenso?

Vincenzo Ronca Stando a quanto emerge da una ricerca svolta dalla Northeastern University di Boston, alcune app Android condividono screenshot e video durante l'utilizzo con società di terze parti, senza il consenso degli utenti

La Northeastern University di Boston ha pubblicato un’interessante ricerca sul tema della privacy su Android, finanziata in parte anche da Google. I risultati non sono molto confortanti: dall’analisi di più di 17.000 app è emerso che alcune di loro condividono informazioni personali con società di terze parti, senza avere il consenso esplicito del proprietario e senza avvertirlo.

In particolare, la ricerca è stata condotta prendendo in esame circa 15.00o app pubblicate sul Play Store, attingendo equamente da tutte le categorie, e circa 2.000 app da altri store, quali Mi.com, Anzhi e AppChina. I test sono stati condotti usando due Nexus 6P, sei Nexus 5X e due Nexus 5, simulando via software ipotetici casi di utilizzo reale. Circa il 90% delle app ha richiesto l’accesso alla fotocamera ed al microfono non menzionando alcuna specifica collaborazione con società di terze parti per la raccolta dati.

LEGGI ANCHE: ASUS Zenfone 5Z, la recensione

Ciò che è emerso per alcune di queste app è allarmante: sono state riscontrate condivisioni di screenshot e video dello schermo durante l’utilizzo delle app verso società di marketing, come ad esempio è accaduto per GoPuff, un servizio di consegna cibi statunitense, che ha condiviso gli screenshot con Appsee, sua affiliata. La parte grave della questione risiede nel fatto che le condivisioni di informazioni avvengono senza che l’utente ne venga a conoscenza.

Gli stessi riscontri sono stati effettuati per alcune app di editing fotograficoPhoto Cartoon Camera – PaintLab e InstaBeauty – Makeup Selfie Cam hanno caricato sui propri server le foto selezionate dagli utenti per essere modificate. Per altre di esse sono stati rilevati delle dichiarazioni in termini di privacy, da parte degli sviluppatori, poco chiari e specifici.

In generale, lo studio non riesce a quantificare quante app, di quelle analizzate, violino effettivamente la privacy dell’utente a causa della poca chiarezza da parte degli sviluppatori in termini della stessa privacy. Tenendo sempre presente l’equilibrio tra l’accesso a determinati servizi “pagando” con la condivisione delle proprie informazioni più o meno personali, il dato più allarmante che emerge dallo studio è la bassa correlazione tra la richiesta di permessi da parte delle app e la loro effettiva necessità.

Alla luce di queste evidenze, Google ha comunicato che prenderà provvedimenti lavorando a più stretto contatto con gli sviluppatori in termini di salvaguardia della privacy. Per tutti gli ulteriori dettagli e dati relativi allo studio descritto, vi invitiamo a leggere attentamente tutto l’articolo pubblicato, reperibile gratuitamente a questo indirizzo.

Via: CorriereComunicazioni