Cos’è questa “Intelligenza Artificiale” della quale tutti parlano, e perché dovrebbe importarvi (opinione)

Nicola Ligas -

Avvicinandosi da profani al termine “intelligenza artificiale“, il mito collettivo vi spingerebbe probabilmente ad immaginarvi qualcosa di affine all’immagine qui sopra. Del resto la letteratura e la filmografia di genere hanno contribuito più volte a creare il mito di esseri robotici senzienti: dal simpatico Johnny 5 di Corto circuito, ai temibili Cyloni di Battlestar Galactica, passando per gli immancabili Terminator o per l’omonimo film di Spielberg. Ma se l’intelligenza artificiale è questa, cos’ha a che fare con gli smartphone? Ovviamente c’è stato un corto circuito da qualche parte, e io vi sto solo confondendo le idee. Facciamo tabula rasa allora.

Belli i film di fantascienza, ma dimenticateli per un attimo e restiamo ai giorni nostri

Intelligenza artificiale (IA, o AI – artificial intelligence – alla inglese) è un termine non facilmente descrivibile in modo sintetico. Semplificando molto si potrebbe dire che si tratta di un ramo dell’informatica che cerca di sviluppare software (ed hardware) in grado di imitare l’intelletto umano. Non confondete però “intelligenza” con “coscienza“. La coscienza di sé è alla base di tutti i film di cui sopra (e molti altri), ma qui sconfiniamo appunto nel campo della fantascienza. L’intelligenza artificiale non vuole creare sistemi auto-coscienti, quanto piuttosto in grado di risolvere problemi non predeterminati.

Uno dei concetti chiave alla base di questo presupposto, è quello di apprendimento (automatico), ovvero lo studio di algoritmi (che sono comunque la base di ogni sistema informatico) in grado di “migliorare” sé stessi attraverso l’esperienza, attraverso l’apprendimento appunto. Anche a livello puramente intuitivo, capirete che si tratta di un nodo cruciale, perché difficilmente gli sviluppatori possono prevedere a priori tutte le condizioni nelle quali la IA si troverà ad operare, sia a livello ambientale che di variabili in gioco. In realtà questa ricerca “dell’universalità” è un punto di arrivo solo ideale; nella pratica l’apprendimento automatico viene di volta in volta ben contestualizzato.

Pensate ad Alpha Go, la IA di Google che ha sconfitto più volte il campione del mondo di questo gioco. Può sembrare una banalità applicarla ad una cosa così frivola per certi versi, ma è la complessità del gioco stesso a renderlo un terreno di test ideale, ed il successo di Alpha Go è ancor più encomiabile, proprio per l’enorme mole di variabili non predicibili a priori in campo. Ma cosa c’entra quindi l‘intelligenza artificiale con gli smartphone di oggigiorno?

Huawei, con il Kirin 970, ha indubbiamente iniziato a dettare moda, anche in barba a Google

Il merito di aver sdoganato e “contagiato” con questo termine anche gli altri produttori Android va probabilmente ad Huawei. L’azienda cinese ha lanciato lo scorso settembre il Kirin 970, suo primo SoC con un’unità di calcolo dedicata alle reti neurali. Queste ultime sono, sempre semplificando all’estremo, una branca dell’apprendimento automatico che ha come modello ispiratore appunto le reti neuronali, e vengono utilizzate particolarmente quando si vuole addestrare la macchina sulla base di un certo numero di dati campione.

Da allora, Huawei ha iniziato ad utilizzare il termine AI in modo sistematico nei suoi slogan, nei suoi eventi, ed in tutte le sue campagne pubblicitarie. Ovviamente molti altri produttori hanno seguito a ruota, tirando sempre più in ballo la AI, con qualsiasi scusa. Da LG, che ha aggiornato apposta il V30, a Xiaomi, da Honor (ovviamente) a Google, che in realtà sarebbe arrivato ben prima di Huawei, ma che non ha nemmeno lontanamente “l’acume pubblicitario” dell’azienda cinese. Google parlava infatti di machine learning per lo più (se volete approfondire, vi consiglio questo bell’articolo di Simone Robutti – NdR), e solo in tempi recenti ha iniziato ad adottare più frequentemente il termine AI; probabilmente anche per ragioni di marketing (che nel caso di Google non è scontato).

Ma a cosa serve quindi l’IA su smartphone? Finora le risposte delle varie aziende convergono su un punto: la fotografia (ed il marketing, ma quello è scontato). Il riconoscimento automatico delle scene in particolare, cosa che un po’ tutti vantano, ma c’è anche chi fa ben di più (pensiamo alla modalità ritratto dei Pixel o a certe funzioni di P20 Pro). Di per sé infatti questa è una funzione che era presente anche nelle macchine fotografiche di un decennio e più fa; semplicemente adesso il risultato viene ottenuto, a differenza di allora, tramite tecniche di apprendimento automatico. C’è una fase di addestramento, nella quale il software della fotocamera “impara” a riconoscere la scena inquadrata sulla base di un gran numero di immagini campione pre-classificate, in modo che poi sappia predire correttamente la scena inquadrata dall’utente.

Lo stesso in parte vale per il riconoscimento dei soggetti contenuti all’interno della scena, anche se in questo caso le tecniche sono molto più complesse, come quelle alla base della modalità ritratto dei Pixel, ma non solo (ne abbiamo parlato un po’ in questo articolo). Questo per farvi capire quanto profonda e variegata possa essere l’analisi delle immagini che viene fatta dalle fotocamere degli smartphone in una frazione di secondo.

La tecnica è a suo modo affascinante e soprattutto suscettibile di miglioramenti con il passare del tempo, ma non sarà certo il riconoscimento automatico di una scena da parte della fotocamera a consacrare l’intelligenza artificiale, e questo lo sanno bene anche i vari produttori di smartphone. Nessuno di essi si aspetta di vincere la gara ora e con qualcosa del genere, ma intanto stanno costruendo le fondamenta per una corsa che verrà. Riuscire a rendere il proprio brand sinonimo di intelligenza artificiale è l’obiettivo a breve termine, e non è una cosa da poco.

Sì perché poi il concetto stesso di intelligenza artificiale si applica ai campi più disparati, e pertanto la concorrenza è ovunque. Ormai ogni grande azienda che operi nel mondo dell’elettronica e delle telecomunicazioni parla di IA nei suoi comunicati stampa, su base quasi giornaliera (ecco un esempio giusto di ieri tra TIM e Microsoft, ma potrei farvene a centinaia).

Tornando un attimo a Google, che è una delle multinazionali che più stanno investendo in questo ambito, troviamo tantissimi sforzi da parte sua, sia nella fotografia (vedi tutta l’elaborazione che avviene sui Pixel 2, anche con tanto di chip dedicato), che nel riconoscimento delle immagini (Google Lens), nell’interazione vocale/domotica (Google Assistant/Home), oltre a progetti di più ampio respiro, come appunto Alpha Go, Tensor Flow (una libreria per l’apprendimento automatico) e tanto altro. Questo giusto per portarvi degli esempi con i quali magari abbiate un minimo di familiarità, che evidenzino quanto i campi di impiego della IA siano eterogenei e soprattutto ben al di là degli smartphone.

L’IA fa davvero paura? Magari no, non ancora, ma intanto iniziamo a rispettarla

Elon Musk, CEO di Tesla e SpaceX, un uomo che potremmo definire un visionario che insegue le più moderne tecnologie, “temel’intelligenza artificiale (non certo quella che è sui nostri telefoni), perché potrebbero scatenare delle guerre. Ed è di poco tempo fa la protesta proprio dei dipendenti di Google, che non vedevano di buon occhio i legami di BiG con il governo americano per applicare l’IA per usi militari.

L’intelligenza artificiale non è insomma la classica “bolla” che scoppierà da sola. È un investimento sul futuro che tutte le principali aziende del mondo stanno portando avanti, le cui potenzialità ed i cui esiti sono al momento impredicibili; anche per loro. Per questo non va sottovalutata, per questo dovrebbe importarvi. Anche se le applicazioni pratiche che avete toccato con mano finora vi sembrassero banali, è la tecnologia che c’è dietro che non lo è, e proprio il suo essere “totipotente” è ragione di riverenza.