Editoriale: i Google Pixel visti da uno smanettone

Vezio Ceniccola - Il modding è morto, i Nexus sono morti ed anch'io, smanettone, non mi sento molto bene...

Il 4 ottobre 2016 sarà una data da ricordare per il mondo Android. La presentazione dei nuovi Google Pixel e Pixel XL ha segnato una svolta importantissima per il futuro di BigG, tracciando un solco netto tra il “prima” e il “dopo”. E se vi state ancora chiedendo “prima e dopo cosa?”, allora forse è il caso di continuare la lettura.

Una nuova filosofia

Per la prima volta nella sua storia, l’azienda californiana ha deciso di “metterci la faccia“, rilasciando due nuovi smartphone con un solo logo sul retro: il suo. Infatti, anche se i Pixel sono prodotti da HTC, non ci sono segni esteriori che lo lascino intuire, come invece accadeva per la linea Nexus.

Sostanzialmente, la mossa di Google si può racchiudere in poche semplici parole: priorità all’utente medio – dove per “medietà” non ci si riferisce alla fascia di prezzo, ma al tipo di utilizzo del dispositivo. Sia l’impostazione che il prezzo dei nuovi Pixel sembrano infatti una dichiarazione d’intenti ben precisa, destinata agli utenti che vogliono un prodotto top gamma (e che hanno i soldi per acquistarlo) che però sia anche semplice da usare e ricco di funzioni smart.

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Durante la presentazione, infatti, gli uomini di BigG si sono soffermati molto a parlare d’intelligenza artificiale e di Google Assistant, assistente vocale già integrato nei nuovi prodotti dell’azienda, che va a completare l’opera già iniziata con Google Now. Le funzioni automatiche legate all’AI rappresentano sicuramente the next big thing per il mondo della tecnologia, soprattutto nel mobile, e Google vuole essere in prima linea su tale fronte.

Google si sta dimenticando degli smanettoni, e lo sta facendo volontariamente

Di questo passo, però, sembra che l’azienda stia perdendo di vista una delle sue caratteristiche peculiari: l’eterogeneità degli utenti. BigG vuole semplificare la vita agli utilizzatori dei Pixel, ma questa semplificazione non va d’accordo con l’uso degli utenti avanzati, di coloro che vogliono “di più” dai propri dispositivi, e che spesso non sanno cosa farsene delle funzioni automatiche e degli assistenti intelligenti. In sostanza, Google si sta dimenticando degli smanettoni, e lo sta facendo volontariamente.

E gli altri utenti?

Intendiamoci, i nuovi dispositivi rilasciati da Google sono fighi, anzi fighissimi. Le prime recensioni dei media internazionali li hanno promossi a pieni voti e ne hanno esaltato le qualità, ma io continuo a credere che siano strapieni di funzioni superflue per un utente avanzato, e proprio per questo motivo non mi sono piaciuti, o almeno non totalmente.

Non uso le funzioni automatiche, non m’interessano

A me non piacciono gli assistenti vocali, non li uso e non ho neanche mai installato Google Now. Non uso le funzioni automatiche, la sincronizzazione cloud delle foto o la ricerca vocale. Sono cose che, semplicemente, non m’interessano. Quello che voglio dal mio dispositivo è la possibilità di adattarlo al mio uso, personalizzarlo secondo il mio gusto, renderlo “personale” nel vero senso della parola. E questo comportamento a Mountain View non viene visto di buon occhio, oggi più che mai.

È abbastanza evidente come il focus principale di BigG sia stato puntato sui software proprietari, come quelli per la messaggistica – i nuovi Allo e Duo –, il già citato Google Assistant e le funzioni cloud. Google vuole mantenere stretto il controllo sui suoi utenti, creando delle “gabbie dorate” perfettamente funzionanti ed integrate l’una con l’altra. E questo, per certi versi, riduce il campo d’azione per chi vuole tenersi fuori dal giro, per chi fa un uso particolare dello smartphone o semplicemente preferisce usare software alternativi.

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Mi verrebbe da dire che i Pixel sembrano davvero gli iPhone di Google, ma capisco che potrebbe essere considerata quasi come una bestemmia per molti lettori. Eppure, anche se nella sua strategia confusa e a volte incoerente BigG ha spesso cambiato rotta e operato scelte alquanto discutibili, mai come stavolta una decisione è apparsa tanto netta: i Pixel hanno un hardware incredibile, al top sotto ogni punto di vista, ma Google vuole che li usiate secondo le sue indicazioni, senza battere ciglio.

Il modding non è più quello di una volta (di nuovo)

Finora, gli smartphone Android – e in particolar modo i Nexus – hanno permesso una personalizzazione estrema, soprattutto sfruttando le potenti armi del modding e dei permessi di root, facendo la gioia degli utenti più smaliziati e pretenziosi. Fortunatamente, come rivelato da Google stessa, anche i Pixel saranno amici del modding, ma il panorama attuale non è più quello di una volta.

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È abbastanza evidente come negli ultimi anni il mondo del modding stia subendo una lenta, ma costante, perdita di attrattiva. Sempre meno utenti usano custom ROM, app per la personalizzazione o moduli che necessitano di root. Molti progetti indipendenti e sviluppatori di ROM si stanno dedicando ad altro, o semplicemente hanno interrotto i lavori.

il mondo del modding sta subendo una perdita di attrattiva

Chi ha provato a portare il modding in una nuova fase, magari creando un progetto commerciale, ha fallito miseramente, come dimostra il caso di Cyanogen Inc, azienda che sta vivendo un periodo davvero turbolento e che nei mesi scorsi ha perso la maggior parte dei suoi uomini chiave. Per non parlare poi delle tante app per la personalizzazione ormai dimenticate dai loro stessi developer: cito ad esempio Zooper Widget, completissima app per la creazione di widget, molto famosa fino a qualche anno fa, che non viene più aggiornata da marzo 2015.

Sì, so bene quali siano i motivi, ne abbiamo già parlato in passato. È ovvio che gli utenti abbiano perso interesse verso il modding perché ormai Android stock è già abbastanza completo di suo e anche le varie personalizzazioni dei produttori sono meno pesanti e più utili del passato. Ma questo non è ancora abbastanza per una certa fascia di utenti, che si sente stretta nelle limitazioni imposte dai produttori.

Le domande irrisolte

Uno dei problemi fondamentali da risolvere è quello relativo agli aggiornamenti di sistema, che poi è anche una delle ragioni principali dell’esistenza del modding. Dopo ben 8 anni dalla nascita di Android, Google non ha ancora trovato un modo per combattere l’enorme frammentazione che il sistema si porta dietro dagli albori (forse) e, cosa ancora più grave, non sembra minimamente intenzionata a farlo. Senza citare i milioni di dispositivi di produttori terzi che nascono e muoiono senza vedere nemmeno un passaggio alla versione successiva, basta vedere che anche gli stessi Pixel saranno aggiornati con le nuove versioni del sistema solo per 24 mesi, che per degli smartphone che costano dagli 800€ in su sembrano davvero pochini. Com’è possibile che a Google non interessi questo aspetto? Perché il supporto deve essere così limitato?

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Altro fattore importante è quello delle ottimizzazioni hardware. Tipicamente i top gamma Android hanno delle componenti all’avanguardia, e come detto i nuovi Pixel non fanno eccezione, ma spesso tutto questo ben di dio non viene sfruttato a dovere e ci sono cali di fluidità, limitazioni sulla potenza e altri problemi. Questa è una criticità di base di Android, che parte delle fondamenta del suo sviluppo, ma rimane ancora irrisolta. A che serve avere un processore mega-galattico se poi il sistema operativo non riesce ad usarlo al massimo del suo potenziale? Perché gli utenti avanzati devono ricorrere a custom ROM o kernel modificati, che spesso funzionano meglio di quelli rilasciati dai produttori?

Perché non lasciare un po’ di spazio anche alla personalizzazione?

E poi, la questione che più di tutte appare centrale in questo discorso. Va bene concentrarsi sulle app proprietarie, va bene far pagare i Pixel uno sproposito, va bene anche creare mille servizi intelligenti integrati, ma perché non lasciare un po’ di spazio anche alla personalizzazione, non solo estetica? Perché non dare agli utenti anche gli strumenti per adattare il sistema alle proprie esigenze?

Quale futuro?

Sono richieste ormai anacronistiche? Probabilmente sì. Quello che è certo è che, se i Nexus erano dispositivi per sviluppatori e davano piena libertà all’utente, i Pixel sembrano davvero smartphone mainstream, per l’utente medio, per la massa. Gli smanettoni rappresentano una nicchia praticamente ininfluente a livello di mercato, e giustamente Google ha deciso di sacrificare la libertà di personalizzazione in nome di una maggior semplicità del suo software.

Una scelta assolutamente vincente, come dimostrano i primi dati finanziari e la grande richiesta del mercato, ma che va a tagliare le gambe a tutti quelli che utenti medi non sono. Per non parlare, poi, del fatto che molte delle funzioni dei dispositivi appena usciti funzionino decentemente solo in lingua inglese o in territorio americano, creando un’altra forma di discriminazione tra gli utenti. Ma questo è un altro discorso.

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Insomma, il motto “Be together, not the same” non pare più vero. Nei prossimi anni probabilmente vedremo una “standardizzazione” ancora maggiore tra i vari sistemi operativi mobile, che già ora si rubano funzioni a vicenda e sembrano indirizzati tutti nella stessa direzione. Che poi è quella dell’AI, come già detto all’inizio.

Ma il punto centrale della questione è e rimane sempre il solito. Se volessi un prodotto super-integrato, un ecosistema chiuso e mille funzioni smart automatiche, comprerei un iPhone. Se ho scelto di comprare uno smartphone Android è perché m’interessano altre cose, ed è per questo che non mi piace il nuovo corso dei Google Pixel, la standardizzazione, l’avvicinamento alla filosofia Apple.

Spero che Google non prosegua in questo percorso di chiusura, ma lasci spazio anche alla libertà

Nel mio piccolo, da utente avanzato, da smanettone, spero che Google non prosegua in questo percorso di chiusura e limitazione, ma lasci spazio anche alla libertà di personalizzazione e a modalità d’utilizzo differenti da quelle che hanno in mente i capi del reparto commerciale di Mountain View. Perché alla fine è sempre di questo che si parla: soldi, soldi e ancora soldi. Se BigG vuole ancora che io compri i suoi prodotti, deve fornire delle funzioni utili anche a me, o almeno non togliere le possibilità che ci sono adesso. Non mi sembra di chiedere troppo.

In questo momento siamo solo all’alba della nuova era di Android e di tutto l’ecosistema Google, ed ovviamente nessuno sa cosa ha in serbo l’azienda per il futuro del suo sistema e dei suoi dispositivi, forse nemmeno essa stessa. L’unica cosa che possiamo fare è sperare che Android rimanga un sistema libero e adatto a tutti, com’è sempre stato e come dovrebbe essere ancora per un po’. Ci sono già tanti progetti avviati, ma il robottino verde dovrebbe rimanere sui nostri smartphone ancora per qualche anno. Almeno fino a quando Google non deciderà di guardare più in alto, magari verso qualche vicina galassia – qualcuno ha detto Andromeda?