Editoriale: Google pensa in grande, ma agisce in piccolo

Nicola Ligas -

Google Pixel sono troppo cari. Scommetto che lo avete pensato anche voi, e potrei lanciarmi in una lunga disamina del perché, ma tanto alla fine tornerei comunque al punto di partenza: sono troppo cari. In Europa in particolare, ma non è che in America siano stracciati. Ma questo non è stato il più grande errore commesso da BigG nell’evento #MadeByGoogle del 4 ottobre, anche se rischia di essere quello su cui si concentrerà di più il (frustrato) pubblico europeo. Google infatti, ormai da diverso tempo, ragiona in grande, spesso molto in grande, ma poi, con altrettanta leggerezza, ridimensiona sé stesso. Ma vediamo degli esempi concreti, basandoci proprio sui prodotti presentati il 4 ottobre.

Google Home, il “maggiordomo fatto speaker”, è esclusiva USA, almeno inizialmente (anche perché, a sua volta, Google Assistant funziona in due-tre lingue). I Google Pixel, Daydream ViewGoogle WiFi, non dovrebbero arrivare in Italia prima del 2017. L’unico è Chromecast Ultra, che sarà lanciato presumibilmente a novembre. Su 5 prodotti, solo uno arriverà in Italia in tempo breve (in teoria); un po’ poco per un’azienda che ora, per suo stesso dire, punta molto sull’hardware, e che non è capace di effettuare un lancio davvero globale. Anzi.

la più globale delle aziende, non è capace di fare un lancio che sia tale

Google ha tenuto una presentazione europea dei suoi nuovi prodotti, a Londra, ma in realtà il lancio sarà tutto fuorché “europeo”. I Pixel, in particolare, per adesso sono previsti solo in Germania e Regno Unito, oltre agli ovvi USA, Australia e Canada, cui si aggiungerà l’India, sempre più mercato chiave. E come già accennato, i prezzi europei sono sensibilmente più alti di quelli americani. Per l’ennesima volta inoltre, sembra che le scorte siano scarse, tanto che la lista d’attesa negli USA ha già superato i 30 giorni, e sinceramente non ci immaginiamo che Mountain View sia stato sommerso di ordini.

Per essere poi un evento che Google stesso definiva come epocale, non è che in fondo mancava qualcosa? Andromeda? La fantomatica unione di Android e Chrome OS, anticipata prima da Android Police e poi riecheggiata da 9to5Google, appare ora molto più lontana di come non fosse qualche giorno fa. Android Police, nella persona di David Ruddock, insiste sul fatto che il prossimo anno Android sarà rivoltato come un guanto, ma sarà davvero così? Analizzando la storia passata, ci accorgiamo che le “inversioni ad U” sono quasi prassi per Google, tanto che scommettere ora su Andromeda è solo un azzardo.

  • Google Glass: annunciati nel 2012 e disponibili, almeno negli USA, ad inizio 2013, sono stati praticamente cancellati nel 2015, e da allora si parla di una loro rinascita nel settore enterprise, che comunque, per ora, non si è mai concretizzata.
  • Motorola: acquisita nell’agosto 2011, “svenduta” a Lenovo nemmeno tre anni dopo, Google adesso vuole produrre hardware suo (i nuovi prodotti sono tutti #MadeByGoogle). Se non fosse che adesso Motorola è lo spettro di sé stessa, ci sarebbe da riderci su.
  • Google+: lanciato nel 2011 come grande offensiva ai social network rivali, è stato prima inglobato in molti altri servizi Google, e poi progressivamente scorporato e nuovamente isolato.
  • Project Ara: dobbiamo davvero commentare uno dei più grandi dietrofront (per altro prevedibile) ed una delle più grandi delusioni, degli ultimi anni?

Per farla breve, cosa farà in futuro Google, non lo sa nemmeno Google; e questo è male. Non sto dicendo che ad una grande azienda non sia concesso di tornare sui propri passi, anzi, ma ci deve essere comunque una visione di lungo periodo, quantomeno sui progetti più grandi; qualcosa che ti impedisca continui cambi di rotta, che non fanno bene alla tua immagine né fidelizzano l’utente, che ha poche certezze per il futuro. Ricordate quando Sergey Brin si faceva fotografare ad ogni festa con i Glass? E per tanti progetti noti, chissà quanti, magari già in fase avanzata di sviluppo, non hanno visto la luce del sole. Android Silver vi dice nulla?

Il problema ultimo, a mio modo di vedere, è proprio questo: non potersi fidare di un’azienda. E non è un fatto di prezzo, non è questione del fatto che Nexus 4 e 5 costassero poco e da lì in poi sia stata un’escalation. È l’essere sempre relegati a mercato di serie B, rispetto a tanti altri, che causa non solo la lievitazione dei prezzi, ma anche il mancato (o comunque parziale) funzionamento di tanti servizi, da Google Now in giù. E quando arrivi tardi (Google ha presentato “i suoi iPhone” nel 2016…) non basta fornire solo qualcosa di buono, perché la concorrenza sarà comunque avanti a te, ed il pubblico è a lei che si sarà abituato, e soprattutto è di lei che ormai avrà imparato a fidarsi.

Nella vita c’è bisogno di certezze. Ne bastano poche, ma Google sembra incapace di darti anche quelle.

Ciò non mi preoccupa tanto in relazione ai singoli prodotti, perché comunque nel panorama Android, se c’è una cosa che non manca, sono le alternative; mi preoccupa piuttosto in relazione al futuro del sistema operativo stesso. È lì che spero Google ragioni in grande, e tremo al pensiero che possa accontentarsi di meno. Quantomeno per noi.

Foto: Getty Image