Gli smartphone Android raccoglierebbero dati sulla posizione anche con la localizzazione disattivata

Nicola Ligas E Google l'avrebbe anche confermato, almeno in parte, anche se la cosa sta per finire.

Secondo un report pubblicato su Quartz, gli smartphone Android continuerebbero a raccogliere dati sulla posizione, e ad inviarli a Google (previa connettività alla rete), anche con i servizi di localizzazione disattivati. Secondo i dati raccolti da Quartz, questo comportamento si è verificato fin da inizio anno, sebbene i dati inviati siano crittografati.

Un portavoce di Google avrebbe confermato la cosa, almeno in parte, chiarendo però che gli indirizzi dei ripetitori sono stati inviati a Google e solo per meglio gestire le notifiche push ed i messaggi, ma non sono mai stati usati né immagazzinati. Inoltre, entro fine novembre, gli smartphone Android non invieranno più a Google questo tipo di dati, almeno non in un modo che l’utente non possa disabilitare.

Ci sono comunque alcune cose non del tutto chiare. Anzitutto non sappiamo in che modo i dati dei ripetitori possano servire a Google per migliorare i servizi citati, ma su questo fronte non possiamo che fidarci, anche se la raccolta di questi dati avveniva perfino su smartphone senza SIM. Inoltre, quella inviata a Google non sembra fosse proprio la posizione dello smartphone, ma i dati sulle celle a cui questo era collegato. Vero è che sfruttandoli è possibile triangolare la posizione dell’utente con relativa precisione, ma in ogni caso parliamo di dati crittografati, quindi non facilmente leggibili né manipolabili.

Non siamo insomma costantemente spiati, con qualcuno che da dietro un PC scruta ogni nostro movimento, ma d’altro canto le privacy policy di Google non parlano di raccolta di dati con i servizi di localizzazione disattivati:

Quando un utente utilizza servizi Google, potremmo raccogliere ed elaborare informazioni sulla sua posizione. Utilizziamo varie tecnologie per stabilire la posizione, inclusi indirizzo IP, GPS e altri sensori che potrebbero, ad esempio, fornire a Google informazioni sui dispositivi, sui punti di accesso Wi-Fi e sui ripetitori di segnale dei cellulari nelle vicinanze.

Non pensiamo insomma che ci sia nulla di cui l’utente comune debba davvero preoccuparsi, ma la trasparenza in certi ambiti non è mai abbastanza, o comunque non sembra esserlo stata in questo caso. Per fortuna che la cosa stia per finire, e non abbiamo nemmeno conferme effettive che questa raccolta di dati sia mai avvenuta in Italia, dato che il report fa riferimento agli USA.