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Editoriale: Tutti odiano Google, forse un po’ anche voi

Nicola Ligas - In questo editoriale viene svelato perché AndroidWorld non è su Google Play Edicola. E tante altre cose.

Il 2015 non è che sia iniziato proprio sotto i migliori auspici per Google: Cyanogen Inc. vuole piantargli una pallottola in fronte. L’Unione Europea lo indaga per antitrust. Manca solo un altro colpo basso, e Mountain View rischia il knock out tecnico.

Ironia a parte, la realtà non è poi così diversa. Cyanogen Inc. non sarà forse nell’immediato quella grande minaccia che le piacerebbe essere, e delle sue motivazioni potremmo discutere al lungo, così come del suo predicare apertura per poi andare a razzolare nel campo di Microsoft ed altri, fatto sta che c’è del vero dietro le sue minacce. La crociata di Cyanogen trae forza dal raccogliere il malcontento di tutti i concorrenti di Google, che non sono certo pochi, e che non avrebbero altro che da guadagnare da un calo di BigG. È una legge semplice: se puoi fare soldi laddove prima li faceva un tuo rivale, ti arricchirai il doppio, perché lui perderà terreno al contempo. Ecco perché Cyanogen ha trovato terreno fertile con Microsoft, ed ecco perché ne troverà anche con altri. Non solo: il buon appeal presso la community di cui ancora Cyanogen Inc. gode può essere un punto d’attrazione anche per chi non avesse niente contro Google, ma volesse comunque aprirsi a quanti più utenti possibile, sebbene ci sia il rischio di un effetto boomerang per Cyanogen Inc., che però ancora non si è palesato.

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La guerra per un Android più open è solo uno specchietto per le allodole

Chiariamo solo un ulteriore punto: né Cyanogen Inc. né Google vogliono un Android davvero open. Google ha cercato, con successo, di “blindarlo” per anni, e ci è riuscita scorporando tutti i suoi servizi dall’AOSP, rendendoli closed source e disponibili via Google Play. I servizi di Google sono disponibili solo tramite i servizi di Google, in un cerchio che può essere aperto dai vari produttori solo versando soldi nelle casse di Mountain View. Non è un crimine, è business, ed è esattamente ciò che vuole fare Cyanogen Inc. L’open-source non ha niente a che fare con tutto questo, e lo slogan “an open future,” che campeggia nella home di Cyanogen, è solo fuorviante.

Cyanogen Kirt Kondik

Ma veniamo ad un discorso che in qualche modo ci tocca anche più da vicino: l’Europa contro Google. Stando a fonti non ufficiali, dietro l’azione legale della UE ci sarebbero le segnalazioni di 19 aziende rivali, tra cui Microsoft. Questo fatto non è irrilevante, perché essere riconosciuti come parte in causa fornisce informazioni altrimenti confidenziali, che certe aziende sarebbero desiderose di avere per altri fini, che nulla hanno a che vedere col caso in corso. Sarebbero infatti circa una trentina le aziende che hanno cercato di farsi coinvolgere, ma quante di queste ci siano riuscite lo sanno solo la UE e Google al momento. Non c’è quindi nulla di strano se l’elenco ufficioso di queste vede coinvolti tanti nomi extra europei: oltre alla già citata Microsoft, avremmo Yelp, TripAdvisor, Expedia e altri, oltre a vari servizi presenti in particolare in Germania e Francia.

La causa in Europa contro Google sarà davvero di origine europea?

L’accusa, lo ricordiamo, è quella di distorcere i risultati delle ricerche per favorire Google Shopping, e di abusare del proprio sistema operativo Android per mettere in primo piano i servizi di Google, osteggiando quelli della concorrenza, discorso che va a nozze con quello di Cyanogen Inc. Anche la faccenda europea assume insomma una connotazione di rivalità industriale, che in questo caso si manifesta con contenziosi in un continente diverso da quello dove si consuma il vero scontro, un espediente che abbiamo visto usare più volte. Lungi da me sostituirmi a chi di dovere nel dire che Google Shopping non sia privilegiato rispetto ad Amazon o altri servizi simili, ma il dubbio quantomeno sull’origine è legittimo.

scroogled

Sempre riguardo Microsoft, una delle poche, forse l’unica azienda, verso la quale Google abbia dimostrato manifesta “antipatia”, supportando spesso nel modo minimo ed indispensabile le sue piattaforme. “L’odio” è ricambiato ed ha anche un nome: scroogled, la campagna anti-Google di Microsoft, ormai conclusasi di nome, ma non di fatto. Il punto è che, dopo anni di cattiva gestione, Microsoft si sta svegliando. Il lancio di Windows 10 assomiglia più ad un rilancio per l’azienda stessa, ed il progetto Continuum affascina: un altro tassello sul quale Android sarebbe potuto arrivare per primo, ma in cui nessuno ha creduto.

L’eccessiva lentezza è sempre stata un problema di Google, che sviluppa migliaia di progetti contemporaneamente, nei settori più disparati, progetti che da una parte la rendono una delle aziende più avveniristiche del pianeta, e dall’altro le procurano decine di rivali, andando a pestare il piede, a tante industrie diverse. Pensate a come devono essersi sentiti i colossi dell’automobile di fronte alle self driving car, o pensate anche a Project Tango ed Ara, agli impegni di Google in campo medico, per non parlare dei software diversi, da quelli per l’ufficio al fotoritocco, che fanno di qualsiasi software house una rivale di Google.

La lentezza di Google, da proverbiale, potrebbe diventare fatale

In mezzo ai “moonshot,” le missioni impossibili per compiere le quali esiste un intero ramo dell’azienda, chiamato Google X, ci sono poi tanti progetti più ordinari, che vengono lanciati e abbandonati con altrettanta facilità: i primi esempi che mi vengono in mente sono Orkut o Google Buzz, ma ce ne sarebbero tanti altri, alcuni lasciati andare, altri più o meno integrati altrove, come QuickOffice. Personalmente non potrò mai perdonare a Google di aver chiuso Reader, che nella sua assurda semplicità ricordo ancora come uno dei migliori nel suo genere, ma il punto è sempre quello: la monetizzazione. Tanti servizi di Google sono gratuiti per uso personale per l’utente finale, e così vengono dati per scontati, ma alla base di tutto ci deve essere sempre un profitto, altrimenti nessuna azienda può andare avanti, nemmeno Google. E Google ed il profitto non vanno sempre d’accordo nei migliori dei modi.

YouTube ancora oggi, dopo anni, è un servizio enorme ed universalmente apprezzato, che però non riesce a portare introiti significativi, e che si sta facendo acciuffare dai video di Facebook. Quest’ultimo è infatti un concorrente sempre più agguerrito e rappresenta ad oggi il secondo sito più visitato al mondo dopo Google. A colpi di acquisizioni poi, Facebook si è ritagliata un posto di primo piano nell’ambito della messaggistica (Messenger e WhatsApp, anche prese singolarmente, sono inarrivabili), e non dimentichiamo Instagram. Ma non basta: Facebook ha anche Oculus Rift, ed un altro posto in prima fila in un campo, quello della realtà virtuale, che conosce ora la sua seconda giovinezza.

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Lasciate da una parte il fatto che Facebook non abbia avuto una buona idea originale fin dalla nascita di… Facebook. Lasciate perdere il fatto che il sito di Facebook funzioni bene solo quando vuole lui e che i suoi algoritmi prediligano post senza quasi criterio: il punto è che in poco tempo Facebook è diventato uno dei più temibili rivali di Google, e che sia un fatto di merito, fortuna o altro, ormai sta insidiando BigG su vari fronti. Non è un caso infatti che Facebook e Google si siano scontrate su un punto molto importante per entrambe: la connettività ad internet, anche nei paesi meno sviluppati, ed in generale ovunque nel mondo. Project Loon e Internet.org sono due facce di una stessa medaglia: quella che vuole sempre più persone connesse, in modo che il web abbia nuovi visitatori, ed abbiamo già visto chi siano i re del web che da quei visitatori trarranno profitti. Non è filantropia, è denaro, ancora una volta. Ed ancora una volta non c’è nulla di male di per sé. Facebook vi sta antipatico? Non è quello il punto.

Non c’è posto per la simpatia nel mondo degli affari

Don’t be evil è uno slogan stupido e falso, e lo sa anche Google. Anzitutto non è vero, perché Google le sue “carognate” le ha fatte, sia con i propri servizi, che con il fisco, tanto per dirne un paio; ma Google è sornione anche nell’essere antipatico. Apple e Microsoft sono storicamente aziende che dividono di più: o le odi o le ami (con le dovute eccezioni del caso), perché hanno saputo rendersi simpatiche o antipatiche a seconda del caso, con fatti e/o dichiarazioni. Google cerca sempre di stare nel mezzo, ma il risultato è che alla lunga verrai percepito come né carne né pesce, perché comunque non riuscirai mai ad accontentare tutti. Chiunque abbia successo ha la sua schiera di fan e la sua schiera di detrattori, ed è importante averli entrambi, perché entrambi fanno parlare di te; Google ha una schiera di anime che a passare da brave a prave non ci metteranno molto.

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Questo anche perché dietro la buona facciata di cui godono tanti servizi di Google, si nascondono magagne che magari non tutti gli utenti comuni conoscono. Tanto per fare un paio di esempi, YouTube è sì una fonte di contenuti ineguagliabile, ma per i publisher non è che sia un gran paradiso. Le condizioni d’uso non sono delle migliori e la monetizzazione non è facile, tanto per il piccolo quanto per la grande azienda, e la flessibilità di YouTube può andare bene per il singolo, ma non è tanto ottimale quando le esigenze crescono. Non sto cercando di giustificare il nostro player, non pensiate che sia così meschino: prendete The Verge, Engadget, CNET, TechCrunch; come mai nessuno di loro utilizza YouTube come player primario, ve lo siete mai chiesto?

Vi racconterò tra l’altro un piccolo aneddoto, per rispondere ad una domanda che ogni tanto qualcuno ci pone: come mai AndroidWorld non è su Play Edicola? AndroidWorld in realtà c’è. E da diverso tempo anche. Il problema è che il nostro flusso di notizie non si aggiorna regolarmente, ma ogni 2-3 giorni, quando pare a lui, e  per questo non abbiamo mai lanciato pubblicamente il servizio. Di chi è la colpa? Non certo nostra, ma di un bug noto di Play Edicola che sembra verificarsi un po’ a caso, di cui Google è al corrente da tempo, ma che finora nessuno ha risolto.

Tutti odiano Google, forse un po’ anche io

Anch’io odio insomma un po’ Google. Lo odio per non essere il gigante buono che dice di essere, lo odio perché mi fa abituare bene ai suoi servizi, fintanto che non li esploro a fondo e scopro che la bellezza è meno profonda del previsto (o perché li chiude), lo odio perché si fa soffiare le buone idee che potrebbe invece aver già realizzato, lo odio perché ha sciupato i Google Glass, lo odio perché potrebbe essere l’azienda dei sogni, ma si fa spaventare dai suoi stessi incubi. E voi?

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