Editoriale 3

Editoriale: paradossali irritazioni da alleviare grattandosi

Giorgio Palmieri -

Per le eccessive volgarità presenti in questo articolo, le parole incivili utilizzate sono state sostituite con nomi di legumi. E non chiedere “ma perché proprio legumi?”, altrimenti lo farò anche io, chiedendoti perché mai hai speso duecento e passa euro per uno smartwatch, e lì ti sentirai ancora più in colpa di quel che già sei.

Diciamoci la verità: ormai siamo abituati. Siamo abituati a vedere spot di dentifrici che assicurano denti bianchissimi, come quelli della splendida e biondissima svedese in primo piano, ma sai già che la tua dentatura rimarrà la stessa di un segugio dell’inferno anche usando decine e decine di tubetti. Siamo abituati a guardare pubblicità degli shampoo che garantiscono la sparizione totale della forfora, come fa ben vedere il giocatore della squadra in serie A di fotogramma in fotogramma, ma sai bene che la tua cute rimarrà identica alle squame di un pesce anche dopo dodici trattamenti. E poi ti dici che il marketing è così, lo fanno perché è così che devono essere gli spot. Come è così che sei scemo.

Non odio le pubblicità, ma c'è una parte di me che le disdegna per colpa del Secchio Matto.
Non odio le pubblicità, ma c’è una parte di me che le disdegna per colpa del Secchio Matto. Quando ero piccolo rimasi folgorato dallo spot in TV, tant’è che assillavo ogni giorno i miei genitori, implorandoli di comprarmelo. Alla fine cedettero e me lo presero. Mai delusione fu più amara. Ho ancora gli incubi per il suono che faceva quando “ballava”.

Poi, è successo. L’altro giorno ho visto la pubblicità della carta igienica. Sai cosa c’é? A me non piace. Ti dice che non finisce mai, che ha dei veli particolari, è liscia o ruvida (ma cos’è, lo spot del Fabriano F4?), ma non ti dice MAI a cosa serve realmente. Non lo dice oh, è assurdo. Perché?

Se ci pensate un attimino, lo stesso principio si è poi esteso negli anni anche ad altri prodotti, arrivando all’apice della stupidità con le pubblicità dei profumi, le quali mostrano immagini epiche manco fosse un trailer di un blockbuster da 42 su Metacritic, che con il prodotto c’entrano meno di una fava. Ecco, giusto per fare un esempio, qui sotto potete vedere me che pubblicizzo un oggetto seguendo quello stesso stile. Perdonate il product placement: apprezzate invece il fatto che almeno ve l’ho detto alla luce del Sole (ti consiglio di indossare un paio di cuffie. No, davvero, mettile).

Comunque sia, sebbene possa sembrare alquanto lampante che la carta igienica serva a pulirti dopo la liberazione dei pesi del giorno prima (AW ti dice tutto a differenza delle pubblicità! LA GENTE DEVE SAPERLO! Quindi condividi, bestia), credo che alla base ci sia uno dei problemi più importanti della nostra società: la scontatezza di cose che non dovrebbero essere scontate.

Questo non vuol dire che la pubblicità della pomata per le emorroidi ti debba spiegare a cosa serve e come applicarla. Lì significherebbe che le persone sono totalmente rin-caglio-nite (niente legume stavolta), e che gli spot stiano rimarcando la cosa (giustamente, ci aggiungo), e mai sia che un potenziale acquirente se ne accorga! (Che poi, sii sincero, non sai come si mette quella pomata, eh?)

Sapete perché gli asciugamani più venduti sono quelli marroni? Vi do tre secondi per capirlo da soli. Cavolo, perché non hanno ancora inventato la carta igienica marrone?
Sapete perché gli asciugamani più venduti sono quelli marroni? Vi do tre secondi per capirlo da soli. Cavolo, perché non hanno ancora inventato la carta igienica marrone? O magari i fazzoletti verdi. Forse quelli già ci sono.

Quello che voglio esternare è che, sulla base di quanto detto, più passano gli anni, più mi rendo conto che le pubblicità tendono ad evidenziare caratteristiche del prodotto o di poca importanza, o che non c’entrano una lenticchia con lo stesso, dimenticandone l’obiettivo primario. E no, caro complottaro dei miei stivali, non sto andando a parare sulla mera questione delle generazione dell’esigenza: francamente, quell’argomento ha fracassato tre quarti di borlotto. Dai, facciamo un altro esempio.

Mia nonna (classe ‘25), ogniqualvolta mi vede qualcosa di tecnologico in mano, supponendo che sia nuovo, mi domanda con grande eleganza se quello è l’ennesimo prurito di fondoschiena (o, alla benché meglio del dialetto del mio paese, pruroit d cul).

Io argomento di contro sempre con grande professionalità, non accorgendomi però di star sparando una zuppa di fagiolate proprio come quegli spot pubblicitari, in quanto comunque di quello o quell’altro aggeggio ne potrei fare benissimo a meno, e che, in fin dei conti, nella sua innocenza, la nonna ha ragione. Tuttavia, la continuità di questo tipo di evento e rispettiva discussione ha stimolato in me un ragionamento. Ed è strano, dato che il mio unico luogo di culto, di riflessione e pensiero è da sempre il cesso. Pensate che anche alle elementari facevo i compiti lì sopra, portavo persino il dizionario.

Questo nuovo profumo è un'esplosione di piacere! Nel senso che, a contatto col fuoco, esplode per davvero. Questo nuovo profumo è un'esplosione di piacere! Nel senso che, a contatto col fuoco, esplode per davvero.
Questo nuovo profumo è un’esplosione di piacere! Nel senso che, a contatto col fuoco, esplode per davvero. Quello si che sarebbe uno spot promozionale onesto!

Tra tutte le cianfrusaglie futili che ci sono in casa, una volta, la stessa volta in cui è scoccata la scintilla per la stesura di questo editoriale, la nonna ha indicato proprio il mio smartphone top di gamma (ancora per poco top), facendomi la fatidica domanda riguardo all’effettivo prurito di fondoschiena o meno. E sapete, il motivo per il quale io abbia preso un dispositivo di fascia alta lo scorso anno non si ferma al solo capriccio. Ho speso (anzi, sto spendendo) tutti quei soldi perché (banalmente) volevo un’esperienza da top di gamma, che all’epoca in pochi mi potevano dare ad un prezzo minore:

  • volevo un buon comparto fotografico per fotografare mio fratello mentre è al bagno per poi minacciarlo di mettere tutto su Facebook;
  • bramavo un hardware tale da permettermi di giocare a tutti giochi free-to-play così da spendere cinque euro al giorno di ricariche in energia solo per scriverne la recensione e dirvi di non spenderli (perché io voglio la conferma dei fatti);
  • aspiravo ad uno schermo su cui vedere le foto di donnine nude, preferibilmente asiatiche, senza fastidiosi pixel;
  • pretendevo una fluidità che mi permettesse di switchare Facebook/Whatsapp/Youtube senza che crashasse tutto. In modo anomalo, ovviamente, perché anomalo è più bello.
M. Night Shyamalan sdrammatizza dopo la visione de "L'ultimo dominatore dell'aria". Resosi conto dell'imminente 20 da Metacritic, dice ai suoi colleghi che comunque lui ha fatto il Sesto senso.
M. Night Shyamalan sdrammatizza dopo la visione de “L’ultimo dominatore dell’aria”. Resosi conto dell’imminente 20 su Metacritic, dice ai suoi colleghi che comunque lui ha fatto Il Sesto Senso.

Ed è quello che troverai in un top di gamma, a parte i difetti del caso (quale caso? QUALE CASO? Non te lo dico, cosa cavolo ti urli?). Ora, invece di muovere quella rotellina per vedere quanto manca alla fine di questo articolo, appizza gli occhi e stai attento perché ora arriva il pezzo forte. Si, meglio di un colpo di scena a-la-Shyamalan dei primi tempi.
Ripensando agli smartphone, la chiara motivazione del perché si continui a seguire questo mondo con grande interesse (oltre al bisogno di gettare cicerchie ad una o all’altra azienda perché la gente lo trova divertente) è l’incessante ricerca del cellulare perfetto, in minima parte per una questione di obiettività, ma soprattutto per le esigenze personali. Come è giusto che sia, del resto tu sei una persona fortemente egoista. E no, certamente fai bene a dare ogni tanto un euro in beneficenza, ma alla base rimani un taccagno individualista, anche perché lo fai solo per sentirti una persona migliore.
E conoscete la storia de “la tecnologia fa passi in avanti solo quando tutti ne possono usufruire?” Ragionateci: queste righe calzano a pennello con lo strumento di smartphone.

Se due anni fa era impossibile trovare un cellulare che potesse fare tutto ciò che di basilare c’è in questo universo in maniera perlomeno degna, nell’ultimo periodo sono spuntati così tanti dispositivi di bassa/media gamma che risulta pure piuttosto difficile scegliere. Qui la democratizzazione dei prezzi e la conseguente competitività dell’offerta hanno reso lo smartphone un oggetto, anzi, che dico, un MONDO alla portata di tutti.

E non solo: siamo arrivati a tal punto che persino i cellulari di fascia bassa/media riescono a garantire tutto ciò che ho elencato prima, o quasi. Di certo l’esperienza utente non è perfettamente paragonabile a quella di un top di gamma, ci mancherebbe, ma la vicinanza è veramente incredibile. Si sono fatti passi da gigante nei dispositivi low/mid-cost nel giro di poco tempo, basta vedere i prodotti usciti negli ultimi mesi.

L'immagine parla chiaro.
L’immagine parla chiaro. Dai, non ti offendere, sai che c’è sempre Google Immagini a tua disposizione, si? Ah, non sapevo che avessi il SafeSearch attivo. E no, non ti dirò come disattivarlo, non se ne parla nemmeno.

Dunque, dopo tutto questo giro di parole, mi chiedo: a che pisello serve comprare un top di gamma nel 2015? O, spieghiamoci meglio, quanto conviene spendere ancora centinaia e centinaia di euro per uno smartphone di fascia alta, vista e considerata la vasta e competitiva scelta che abbiamo a prezzi più contenuti?

L’era del Moto G (per così dire, ora non v’appendete sull’X-Pinga-Zeta-9000 che costa la metà ed è tre volte più potente), ipotizzata dal buon Nicola più di un anno fa, sembra davvero aver scosso l’universo dei cellulari intelligenti, non tanto nelle vendite, quanto nelle opzioni meno costose ma allo stesso modo di ottimo livello, soprattutto di chi, per ignoranza, comprava ancora per inerzia un dispositivo top di gamma.

Non avete come l’impressione che questa generazione di smartphone di fascia alta sia solo di passaggio? Chiedetevi se, al netto dei dispositivi presentati, c’è qualcosa che davvero può fare la differenza rispetto al passato e ai device meno performanti su carta. E se la scontatezza presente nelle pubblicità colpisse anche la crescita dell’universo dei nostri cari dispositivi tascabili?

La nuova ondata di top di gamma, o almeno gran parte di essa, promette un hardware più potente, un software più rifinito dal punto di vista grafico e altre piccole chicche ancora in dubbio: ma tutto ciò giustifica una spesa che può anche sfiorare mille euro? Tutte queste novità, fondamentalmente, quanto incidono nell’utilizzo quotidiano?

Nessuno di noi li ha ancora stressati per bene tutti, quindi questo giudizio è rinviato, ma la questione è un’altra: secondo voi, acquistare un top di gamma nel 2015, al fronte di tutti i validi dispositivi in commercio presenti a prezzo minore, i quali eseguono egregiamente tutto ciò che di importante offre questo mondo, va al di là del concetto di semplice prurito di fondoschiena?

L’irritazione c’è e ci sarà sempre se amate la tecnologia, ma se devo pagare una barca di soldi per una pomata dal tubetto piccolo, che pure non fa sparire il rossore, tanto vale aspettarne una di più rivoluzionaria. O no?

Bene, ora torna a picchiettare sul tuo smartwatch.