Editoriale AW Ho un serpente nello stivale

Editoriale: ho un serpente nello stivale

Giorgio Palmieri -

La probabilità non esiste, ne sono ogni giorno più convinto. Provate a mangiare un piatto di spaghetti al pomodoro con una maglia o una camicia bianca: vi si sporcherà, per forza. Provate a mettervi una felpa al buio: la metterete al contrario, e non importa se mentre la starete per mettere cambierete lato pensando sia quello giusto, perché non lo sarà. Per forza.

Vale lo stesso discorso per gli hamburger! Certo che sei furbo.

Questo tipo di convinzione nella gente è ciò che mi spaventa. Mi spaventa perché basterebbe giusto un attimo per capire la cazzata che abbiamo detto, o letto, ma si sa, siamo la generazione senza mai tempo. Abbiamo almeno il tempo per pensare? Durante una tranquilla urinata lo si può fare, e poi mi hanno detto che mentre si fa la doccia vengono le migliori idee. Occhio pero’ a non sprecare troppa acqua, altrimenti poi come ci facciamo a lamentare dello spreco d’acqua dell’Ice Bucket Challenge?

Io comunque ho passato del tempo a pensare. A pensare che forse, probabilmente, quasi certamente e presumibilmente (anche se la probabilità non esiste, l’ho detto), sia in atto un grande complotto. Che poi la parola complotto è troppo inflazionata, spesso usata in malo modo, ed incita al pregiudizio più pregiudizioso. Diciamo solo che mi è venuto un grande dubbio. Dubbio è una parola abusata? Quella dovrebbe andar bene, credo. Sto parlando da solo? Scrivendo da solo, tecnicamente.

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Me ne sono reso conto quando l’altro giorno era il solito orario per uscire la sera, e quando sono sceso di casa per il solito giro raccantando il mio solito smartwatch di cui non vi dirò il nome (Gear 2 Neo) e il mio solito smartphone di cui eviterò di dirvi il nome (Samsung Galaxy S5) mi sono accorto di una cosa insolita.

C’era un mio amico ad aspettarmi in macchina (e non è questa la cosa insolita, anzi è piuttosto ordinaria): mi stavo per sedere sul posto davanti quando qualcosa mi ha penetrato l’inguine. Era il mio dispositivo Android da cinque pollici virgola uno. Sapete, non è bello quando qualcosa ti perfora, soprattutto se non vuoi (vi osservo, maliziosi, siamo nel 2014, queste battute non fanno più ridere. Perché diavolo stai sorridendo?).

Tassoni

Qual è quindi la cosa tremenda di cui mi sono accorto? Semplice come bere un bicchiere di cedrata Tassoni: il fatto è che le tasche degli ultimi pantaloni che ho comprato sono molto piccole rispetto a quelle dell’anno scorso. Per non parlare di quelle dell’anno prima, e di quello ancor prima.

E allora lì, scatta la scintilla: che sia davvero una cospirazione indotta dai sarti di jeans in combutta con le case produttrici di smartphone? Che sia davvero tutto collegato? Non è palese?

Questo spiegherebbe anche la nascita degli smartwatch, pensateci. Alla fine non servono a nulla – lo dicono in giro, lo dicono in tanti – ma la loro diffusione sta crescendo (a piccoli passettini, piccolissimi, troppo piccolissimi, ma sono pur sempre passettini), e questa curva è direttamente proporzionale alla dimensione degli smartphone, e mi preoccupo: non voglio uscire tra un paio di anni con una versione tecnologica del battipanni di mia nonna, costretto poi a mettere uno smartwatch. A me non piace il battipanni di mia nonna, non mi è mai piaciuto. E poi dove diavolo dovrei metterlo? Mica faranno dei pantaloni con tasche così larghe? E se facessero delle custodie apposite? Ho capito tutto, ho capito le future strategie dei produttori, credo di essere un genio.

Diego Abatantuono ha chiaramente una esigenza. O forse un bisogno.

Ma sapete, c’è dell’altro oltre ad una congiura immersa nella nebulosa: c’è una cosa in comune tra il prendere uno smartphone grande e il perdere una parte di sé stessi sul “trono”. Un bisogno. Un’esigenza. Certo, la gente non è costretta a prendere uno smartphone troppo grande, quindi non c’è quel bisogno imperativo, mentre per quell’altra cosa lì, l’esigenza c’è.

Water

Ma forse, dico, con ogni probabilità, intendo: non è che si tratta di tutto un film che mi sono fatto mentre ero in bagno? La peperonata è tremenda.

E alla fine sono convenuto sul fatto che… conosciamo davvero le nostre esigenze? Conosciamo davvero ciò che ci serve? E non parlo del mero consumismo, fenomeno che ci assale con più frequenza di quante volte ci grattiamo la parte esterna dell’orecchio simulando un movimento canino.

Intendo proprio se quella cosa serve alle nostre esigenze. Serve o no? Facciamoci questa domanda prima di acquistare qualcosa, contiamo fino a dieci, mordiamoci la lingua per cinque volte, indichiamo prima tre donne dai capelli rossi, insomma va fatta qualcosa che ci faccia attivare il cervello. Ma non per non comprarla, ma per comprare qualcos’altro della stessa categoria che davvero ci serve.

È molto probabile (quindi la probabilità esiste, dang! Basta rifletterci un po’) che tu sia un lettore almeno mediamente informato sulla tecnologia se sei qui, quindi in teoria dovresti conoscere bene le tue esigenze in ambito tecnologico. E chi ti circonda? Quando ascolti la gente pensi che stia dando ascolto alle sue esigenze o parla per sentito dire? O per status sociale? O per permettersi un dispositivo che non potrebbe permettersi?

A me non piacciono le convizioni. A me piace l’informazione e il dibattito. Però, tipo, l’iPhone mi fa perdere parte di me sul “trono”.

Androidfag

E voi? Quanto date retta alle vostre esigenze? E non abbiate paura di essere sinceri con voi stessi. Ve lo dice uno che al polso ha un Gear 2 Neo di cui non sa cosa farsene, a parte il controllare compulsivamente l’ora in palestra perché l’Amoled è bello, e in tasca un Samsung Galaxy S5 che vorrebbe lanciare dalla finestra, ma che in fondo vuole bene.

Volete bene ai vostri smartphone? Si? Ma sapete che i dispositivi non provano emozioni? Quindi non capisco da dove venga l’affetto estremista verso un brand. Siamo ancora lontani dai sistemi operativi evoluti con voce sensuale e affettiva come in Her. I nostri dispositivi al massimo hanno voci da discutibile transgender come quella di S-Voice.