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Editoriale: di come Apple, Google e altri ci abbiano illuso che il 2014 sarebbe stato l’anno degli smartwatch

Nicola Ligas -

Guardando un po’ indietro alla storia passata, era piuttosto evidente che il pubblico chiedesse a gran voce che i vecchi orologi si evolvessero in qualcosa di più. Pebble è stato a lungo la campagna di maggiore successo di Kickstarter, con oltre 10 milioni di dollari di fondi raccolti a maggio 2012, e sulla sua scia sono arrivati tanti altri progetti, spesso campioni d’incassi, ma non necessariamente di successo, come Omate TrueSmart.

I braccialetti per il fitness, senz’altro più facili da realizzare, ormai neanche si contano più, e sono così tanti loro quanto scarse in linea generale sono le differenze tra uno e l’altro, eccezion fatta per il prezzo.

Il 2014 sembrava comunque destinato ad essere l’anno dei wearable, i dispositivi indossabili: per un po’ mi ero illuso che potessero finalmente debuttare i Google Glass (anche se in un certo senso l’hanno fatto, seppure “a metà”) ma poi è diventato evidente che sarebbe stato invece il momento degli smartwatch. Evidente almeno in teoria.

È dalla scorsa primavera che fantastichiamo sul Motorola Moto 360 e su Android Wear, e seppure il debutto sia stato un po’ così così, con G Watch (recensione) e Gear Live (recensione) che hanno convinto solo a metà, mi ero ancora illuso che quello potesse essere solo l’antipasto a qualcosa di più succulento, che sarebbe arrivato nei mesi successivi. È invece ora evidente che non solo l’antipasto è stato a malapena servito, ma che prima di poter gustare la portata principale dovremo ancora attendere parecchio; e per una volta Apple non è stata affatto di sprone.

Non c’è un solo smartwatch Android Wear convincente sul mercato

Android Wear è una beta, non solo dal punto di vista software (il che non sarebbe una novità) ma anche hardware: non c’è stato un solo produttore capace finora di convincere a tutto tondo. Non sono stati convincenti i modelli presenti al debutto, ha deluso Moto 360, che dopo mesi di attesa si è rivelato lento e con una scarsa autonomia, SmartWatch 3 assomiglia più ad un bracciale che non ad un orologio, di HTC si sono perse le tracce, e G Watch R, forse l’unico vero aspirante al trono, è però più ingombrante di quanto vorrei e avrà un’autonomia comunque affine a quella di G Watch, quindi non certo esaltante (e in ogni caso lo smartwatch dovrebbe arrivare entro Natale e non nell’immediato).

Qualcomm del resto l’aveva detto già da mesi che i suoi primi chip per wearable sarebbero arrivati solo verso Natale 2014; già, perché non basta prendere un SoC da uno smartphone e trasferirlo su un orologio. Ci sono esigenze diverse, sia in termini di prestazioni che di miniaturizzazione e di dispendio energetico, che non possono essere ignorate, a meno di non voler realizzare un dispositivo incompleto.

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A questo aggiungete che Android Wear fa ancora poco, soprattutto se “da solo”: il concetto non è sbagliato, l’idea che lo smartwatch sia un complemento dello smartphone mi piace e le potenzialità ci sono, come ho già avuto modo di esprimere in un precedente editoriale, ma la progressione è molto lenta. Google Fit è stato annunciato e, per il momento, abbandonato; le watch face che ci sono sul Play Store sono tutte realizzate in modo “non ufficiale”, perché ancora non esistono le API opportune (e quindi spesso causano anche battery drain), ed anche cose banali come GPS (presente su SmartWatch 3) e supporto ad auricolari Bluetooth devono ancora essere introdotti. Google promette ulteriori novità entro fine anno (ci mancherebbe altro!), il che è senz’altro un bene, ma anche un ulteriore indice di un lancio affrettato.

Sarà anche per questo che, secondo dati Kantar, in USA, Europa, Cina, Giappone, e Australia solo lo 0,81% dei consumatori possiede uno smartwatch, e continuando così le cose, difficilmente cambierà qualcosa prima del nuovo anno.

Gli utenti possono anche fare da beta tester, i loro soldi un po’ meno

La “rivoluzione” dovrebbe iniziare con Android L, a cui sarà aggiornato anche Android Wear, ma ora più che mai ho l’impressione la convinzione che Wear sia stato rilasciato in maniera troppo affrettata, anche solo per arrivare primi sul mercato. Già, ma poi “prima” di chi? Di Apple? Quest’anno non era forse tanto il caso di temere la casa di Cupertino, che non solo ha presentato uno smartwatch che non stupisce né per design né per funzionalità, ma che comunque non lo metterà in commercio prima del 2015. C’era insomma tutto il tempo di far crescere Android Wear, e soprattutto di non relegare gli utenti a beta tester più o meno consapevoli, mancando loro di rispetto, che poi è la cosa che più mi infastidisce. Finché un software è in beta c’è sempre tempo e modo per un aggiornamento riparatore, ma quando lo è anche l’hardware, è dura pensare di non aver buttato via i propri soldi.