Cara Ouya Mini

Editoriale: Cara OUYA…

Giorgio Palmieri -

Cara Ouya

Cara OUYA,

non vorrei mancarLe di rispetto, ma mentirei se dicessi che non ho mai manifestato svariate incertezze riguardo la sua effettiva utilità. La prego, non la prenda sul personale: siano del parere che le critiche, quelle costruttive, sono alla base della nostra crescita culturale e spirituale, dunque Le chiedo umilmente di premere con freddezza il Suo interruttore di spegnimento e di fermare la ventola per qualche minuto: se possibile, elimini le periferiche USB o quant’altro, non vorrei che si impalli nel bel mezzo del discorso.
Dunque, mia cara signora, il Suo viaggio è stato fantastico, pieno d’entusiasmo, di speranze, coadiuvato da slogan accattivanti e da sorrisi sgargianti. Un successo quello su Kickstarter, senza mezzi termini. Seppur in leggero ritardo, mi permetta di farLe i miei più sinceri complimenti; ma non è di questo che vorrei disquisire quest’oggi con Lei.

Cerchiamo di procedere con ordine, e con calma: se possibile, cerchi di chiudere ogni applicazione aperta, non vorrei che si impallasse a causa del solo giga di RAM al Suo interno.
Dunque, mia cara dama dal SoC tenebroso, non vorrei tediarla con la Sua storia, Lei la conosce benissimo, e male che vada Le basti fare una ricerca su quel browser (o presunto tale) preinstallato nei Suoi sistemi, con il touchpad (o presunto tale) del Suo controller, anche se comprendo che sarà difficile data la poca accuratezza del suddetto. Bando ai dettagli, vorrei condividere i primi momenti con Lei in questa missiva, quando poco tempo fa ho voluto credere davvero nel Suo progetto (e con davvero s’intende sganciando pecunia), nei Suoi ideali, nella “piccola scatola con grandi sogni”.

Che sia chiara una faccenda: non m’ero mica fatto soverchiare dai pregiudizi. Mi permetta di dirLe però, in tono strettamente confidenziale, che una console Android senza il Play Store è come mangiare del minestrone senza parecchi dei Suoi ingredienti (e mia cara, badi bene che il paragone nel mio piccolo non sussiste, non amo particolarmente quel piatto). Se di primo acchito l’assenza del negozio virtuale di BigG fa storcere il naso, poi fa riflettere e fa capire che Android Lei lo usa come una sorta di maschera, per offrire uno store proprietario diverso, stabile e con progetti studiati appositamente per la Sua indole.

“Suvvia”, sussurrai dentro il mio cranio sommerso dai capelli che l’indomani avrei tagliato “Procedo all’acquisto, vediamo, testiamo davvero com’è! Lo spirito dell’azienda, l’apertura mentale, è quello che ho sempre sognato di vedere nell’industria del gaming, quindi perché non finanziare un progetto che è il porta bandiera di questi ideali?”. La prego di perdonare questi toni poco ortodossi, ma mi preme trasmetterLe tutti i miei pensieri verso la sua figura, scaturiti da ogni singolo momento passato e vissuto con Lei.

A proposito dei momenti, sa qual è stato il primo vero incontro faccia a faccia con Lei? Nella dimora del Signor Emanuele Cisotti, in quel di Firenze, ove il Suo spirito sognante, mia raffinata OUYA,  m’ha invaso grazie al prodotto del Signor Eric Froemling, Bombsquad, il cui giudizio della redazione è stato espresso pochi dì fa.

Comprendo che la sto tirando per le lunghe, e qualche parola potrebbe non essere recepita bene: se possibile, cerchi di coricarsi a faccia in giù, i problemi di latenza dovrebbero diminuire.
Dunque, elegantissima. Sa, quando ho scartato il pacco venuto dall’America, passando poi dalla dogana, ho avuto subito un’impressione positivissima di Lei: la scatola, la sua presentazione, è magica. Certo, è forse eccessivamente minimalista per alcuni gusti, ma gli slogan che tappezzano le pareti farebbero impallidire anche le console più blasonate. The Little Box, Inside This Box, Has Big Dreams. Every Game is Free to Try. It’s What’s Inside That Matters. Much More Than Gaming. That’s Cool, Right? …, mi perdoni, quest’ultima l’ho aggiunta io, ma parliamoci chiaro, ci starebbe bene.

“È favoloso, vero?” accidenti se si, mia signora! Le assicuro che queste caratteristiche, e Lei lo sa bene, l’hanno aiutata a farsi una identità forte tra i canali sociali e virtuali (soprattutto in questi ultimi), capace di concorrere anche con i Big del settore in un certo senso, ponendosi come non un vero e proprio rivale, bensì una scelta diversa ma pur sempre valida.  Peccato che ognuna di queste caratteristiche sia stata accorciata, limata in peggio, o non supportata a dovere nel tempo: anzi, sia stata del tutto ridimensionata a favore di un qualcosa che non era nei vostri piani.

Capisco che forse ci stiamo immergendo troppo nello specifico e probabilmente sta cercando dell’aiuto in rete: se possibile, cerchi di attaccare l’ethernet per accorciare le attese, lo sa che il wi-fi non è mai stato il Suo punto forte, o altrimenti si fidi delle mie parole, quello che Le parla è in fondo un Suo sostenitore, nel bene molto prima che nel male.

The Little Box, Inside This Box, Has Big Dreams, ovvero la piccola scatola, dentro questa scatola, ha grandi sogni. Sogni, certo che li ha. L’indie gaming è un sogno, l’indie gaming è ormai il futuro, le stesse grandi aziende puntano su questa nuova faccia videoludica, che cambia espressione in base a quale lato la si guarda. Non si può certo dire che sia tutto rose e fiori, ma quale altra sfaccettatura dell’industria videoludica riesce a scavare all’interno del profondo come il mercato indie? Nel profondo s’intende nell’animo dello sviluppatore, in ciò che davvero crede che sia divertente per lui: e questo può risultare in un prodotto accattivante per una piccola nicchia di giocatori, o per un bacino di utenza più ampio, a seconda delle intenzioni del developer, ma è chiaro che la propensione dell’indie è spesso mirata verso la genuinità, la spontaneità, fattore che spesso manca nelle grandi produzioni. Insomma, lo sviluppatore indie è quella persona che è più propensa al “soddisfare” l’acquirente nella maniera più diretta possibile.

Tante belle parole, peccato che Lei, mia cara Ouya, non ha pensato a delle solide esclusive indie che potessero garantire una natura peculiare e solida al Suo piccolo store. Certo, qualcuna c’è, ma non così incisive da poter sorreggere l’intera offerta.

Non perdiamoci però in questo chiacchiericcio di poco impatto, ma soffermiamoci un attimino (o anche due, o anche tre, o anche quanti ne ha bisogno Lei per riflettere) sulle sue ultime azioni che hanno drasticamente cambiato la direzione che s’era prefissata di seguire. Che fine gli spetta a quello spirito ove gli investitori hanno posato i loro danari? Non faccia quella espressione: sappiamo che Lei è open source, quindi non farà fatica a capire a cosa mi sto riferendo, grazie anche alla sua visione di ampie vedute.

Every Game is Free to Try o, meglio, Every Game Was Free to Try. Lei ha cambiato il marchio d’appartanenza numero uno che l’ha identificata nell’industria videoludica in tutti questi mesi, così di colpo. E non solo: avete (Lei o chi ne fa le Sue veci) deciso di lanciare l’OUYA Everywhere, il progetto che prevede di giocare ai titoli del Suo store senza la Sua forma hardware.

Mia cara, a mio avviso sta facendo molta confusione. Non mi permetto di dirLe come fare il Suo lavoro, ma mi consenta almeno di giudicare i Suoi comportamenti. Inoltre, non voglio imputarmi su quest’aspetto, ma nell’atteggiamento che così, tutto ad un tratto, ha deciso di scegliere. Vuole dare vita a della frammentazione con uno store proprietario povero ed un software che semplicemente non è pronto? Mi scusi, odio ripetermi ma mi spiega cosa sta combinando? Vuole fare concorrenza al Play Store, un negozio virtuale decisamente più ampio del Suo ma che comunque ha ancora grosse carenze dal punto di vista videoludico? Domanda retorica, ma suvvia, mi fa pensare davvero al peggio.

Mi scuso nuovamente per i toni, ma acquistando OUYA credevo di supportare un’idea che inglobava la possibilità di giocare titoli freschi, titoli fatti da gente entusiasta con poche risorse, idee innovative slegate da ciò che mal comporta la commercializzazione e la monetizzazione. Anche una sorta di terreno di lancio per i piccoli sviluppatori, ove noi (intesi sia come videogiocatori veri e propri che altri sviluppatori che si dedicano attivamente anche al gaming) potevamo (e possiamo tutt’ora) dare del contributo tangibile alle idee. Questa è (era?) OUYA, non solo l’ennesima console. Io personalmente non volevo e non voglio giochi di tripla A o contenuti sotto super budget su di Lei, perché altrimenti avrei scelto altro, e diciamoci la verità, Lei non può concorrere in questo stato nel mercato delle console. Ammetto che mi dispiace molto riportare queste parole, ma ora fatico davvero a trovare un senso in Lei.

Capisco le sue scelte dal lato buisness, ma è proprio questo che c’è di sbagliato: che dietro di Lei, cara OUYA, c’è (dovrei dire forse, anche se m’è difficile) una compagnia che s’è rivelata la solita classica azienda che mette in primo piano la grana, che ripetiamo da un lato è giusto, ma non era proprio quello che m’immaginavo di trovare, ce ne sono già abbastanza sulla piazza. Che poi, se dovessi soffermarmi a riflettere per un secondo, ancora mi domando l’effettiva utilità dell’eliminazione del requisito del free to try dal punto di vista del mercato dei gamer su OUYA: facilità di sicuro chi vuole fare un semplice porting del Suo prodotto già presente su altre piattaforme, o anche le grandi aziende che propongono titoli tripla A (sempre paragonandoli ai progetti presenti sullo store), ma non aiuta di certo chi vuole mostrare un’idea o qualcosa in più.

Che sia una mossa per dare uno scossone all’insipido store tutt’ora carente è un dato di fatto, ma questa, almeno nella mia modesta opinione, non è ciò che Lei ha bisogno. O meglio, forse è qualcosa che interessa ad alcuni sviluppatori, ma non di certo alla maggioranza dei videogiocatori che hanno stimato Lei e i Suoi ideali.

Mi spiace, mia cara, perché erroneamente in molti hanno reputato con convinzione di poter costruire tra Lei e gli acquirenti un rapporto di fiducia, un rapporto che spesso manca nel mercato, ma Lei semplicemente non l’ha fatto, consapevole del fatto che Lei è nata in rete, un posto dove se c’è qualcosa di sbagliato, se c’è qualcosa che non va a genio, lo si grida con forza finché il messaggio non è ben chiaro, ma sembra che non le interessi. Lei chiede comunque di avere ancora fiducia, ma purtroppo io non posso più assicurarla dopo che con i miei occhi ho visto che ha messo da parte i Suoi principi a favore degli introiti, eppure questo non faceva assolutamente parte dei piani originali. 

A prescindere dalla punta di sarcasmo che forse ha notato tra queste righe, come in questa lettera ho cercato di portare il massimo rispetto che crede di meritare, la prego di riconsiderare le sue azioni e di portare a sua volta del rispetto a chi nel Suo progetto ha creduto fin dall’inizio, e anche a chi ha voluto dare un contributo negli ultimi mesi. Sia chiaro, però, che Lei tutt’oggi rimane un gustoso gingillo: ma non era al sol gingillo che dovevan fermarsi i sogni e i Suoi ideali.

Con affetto,
un videogiocatore che crede(va) in Lei