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Editoriale: la mania del “crowdfunding”, tra idee geniali e illusione collettiva

Nicola Ligas -

Negli ultimi due anni circa, una nuova forma di mecenatismo si è fatta largo per mezzo mondo: il crowdfunding, ovvero “un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone ed organizzazioni”. Il principio è semplice e a suo modo geniale: io ho un’idea vincente (o almeno spero) ma non i mezzi per realizzarla, e chiedo aiuto a chiunque voglia contribuire al progetto, in modo da raggiungere i finanziamenti necessari a portarlo a compimento.

In un mondo ideale, tante grandi idee che non sarebbero mai arrivate a nulla avranno invece modo di fiorire: produzioni indipendenti, spesso ad opera di persone comuni o comunque senza alle spalle una multinazionale, potranno competere con i grandi del loro settore. C’è un che di karmico in tutto questo, al punto che finanziare un progetto di crowdfunding a volte può sembrare “una cosa buona”: ma saranno davvero soldi ben spesi?

Kickstarter guadagna di più, ma indiegogo incalza

Kickstarter e Indiegogo sono i due volti più noti del crowdfunding, e potrete vedere cliccando sui rispettivi link quanti esempi siano passati anche per le nostre pagine (non è che una piccolissima frazione del tutto). Sebbene il primo dovrebbe superare il secondo in quanto a introiti e anche in merito al tasso di successo dei vari progetti, è Indiegogo a vantare il progetto di crowdfunding più finanziato di sempre, seppure fallimentare: lo smartphone Edge di Canonical, fiero di aver raccolto 12.814.196 dollari a fronte dei 32 milioni richiesti. Al secondo posto si è piazzato lo smartwatch Pebble su Kickstarter, con 10.266.845 dollari; la cosa strabiliante però, è che in questo caso il target era di “appena” 100.000$, ma l’interesse suscitato è stato tale da centuplicare l’ammontare sperato.

Vale la pena sottolineare che per quanto riguarda il raffronto tra i due siti ci basiamo su stime non ufficiali, dato che i due portali non le comunicano e che non sono nemmeno facili da reperire praticamente, visto che Indiegogo periodicamente cancella i progetti che non hanno raggiunto i 500$.

Questi due esempi estremi danno già una misura del fenomeno con cui abbiamo a che fare: cifre da capogiro, richieste nella maggior parte dei casi da aziende che non sono già note sulla scena, e che riescono spesso a calamitare più attenzione dei noti marchi, forse anche per una perenne sfiducia del consumatore nei confronti dei produttori ormai affermati (che una volta o l’altra l’avranno deluso per forza), o forse solo perché certi progetti sembrano capaci in teoria di colmare dei vuoti nel mercato consumer.

La presentazione delle varie campagne è infatti spesso molto curata e ricca di dettagli avveniristici, video, foto e quant’altro: è il suo scopo, e mostrarsi al meglio in questo caso non è un optional ma praticamente un obbligo, anche perché il risultato non è sempre scontato, indipendentemente dall’originalità del progetto o dalla bontà della presentazione stessa, che può coinvolgere sia dispositivi hardware che software (o entrambi).

primo kickstarter

Il primo progetto, in assoluto, mai apparso su Kickstarter è questo (ritratto sopra): un ragazzo che in pratica si offriva di fare un disegno in cambio di denaro, riuscendo a racimolare ben 35$ a fronte dei 20 richiesti. Sembra quasi una barzelletta, e in molti hanno in effetti ironizzato su Kickstarter, ma nel corso del tempo il sito ha ospitato ben altre idee, anche se noi, per ovvie ragioni, abbiamo coperto solo quelli a carattere tecnologico.

Prendiamo invece ad esempio la prima campagna di cui abbiamo parlato sulle nostre pagine: si tratta di Drone, un bel controller Bluetooth dal design ricercato e per di più open-source, che chiedeva “solo” 60.000$; ne ha ottenuti poco più della metà. Di gamepad ce ne sono già a dozzine, penserete voi; sarà per questo che, pochi giorni dopo, un pentolino che raccoglie il calore usato per cucinare e lo sfrutta per ricaricare uno smartphone è riuscito a raccogliere 120.000$, e qualche mese dopo ancora, Chameleon Launcher ha raccolto proprio 60.000 e più dollari di fondi, e nel corso del tempo (pur con vari intoppi) è diventato il launcher che ormai tutti conoscerete (ovvero una buona app, ma non certo un “game changer”).

Le idee sono tante, ma dove sta il successo?

È difficile quindi fare previsioni sull’esito di un progetto a priori, ma a costo di sembrare troppo severo, ad oggi non riesco a ricordare nessuna campagna di crowdfunding che abbia portato a particolari sconvolgimenti nel settore.

Pebble sembrava pronto a diventare l’icona degli smartwatch, ma così non è stato, e quasi tutti i progetti più grandi sono stati vessati da numerosi contrattempi. Ouya è a suo modo diventata sinonimo di console Android, e questo è senz’altro un merito, ma ad ora non è certo un prodotto di successo, né dal punto di vista commerciale, né teorico (può benissimo capitare che un ottimo prodotto non abbia il successo meritato, ma non è il caso di Ouya, che “ottima” non è – vedi i nostri appuntamenti con il peggio di Ouya – ), per non parlare dei ritardi che ne hanno accompagnato il rilascio. Ritardi che hanno fortemente penalizzato anche GameStick, l’altra alternativa nata su Kickstarter circa un’anno, fa ma poi continuamente rinviata via via da giugno a novembre.

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Altri esempi? Di smartwatch quanti ne volete (1) (2) (3), ma non dimentichiamo di idee molto utili, come un etilometro per smartphone, più volte riproposto: il progetto italiano non ce l’ha fatta a racimolare tutti i fondi desiderati, e nemmeno uno più recente c’è riuscito; a quanto pare certe cose proprio non interessano (purtroppo). E ricordate che il crowdfunding non è solo hardware ma anche software; pensiamo ad esempio a MoDaCo SWITCH, il progetto che doveva permettere a Galaxy S4 (ed HTC One) di passare da ROM stock a versione Google Play Edition: che fine ha fatto? Di certo non ha avuto la diffusione sperata, tanto da poterlo definire un missing in action.

L’inesperienza ha insomma il suo prezzo, e nel finanziare un progetto di crowdfunding, anche e soprattutto quelli di maggior successo, c’è sempre da mettere in conto un fisiologico ritardo e vari intoppi che possono minare il cammino di idee che sulla carta sembravano perfette. Omate TrueSmart, lo smartwatch che inizialmente doveva avere il Play Store, se ne è poi rivelato sprovvisto solo al termine della sua campagna, e non è nemmeno certo che arriverà in seguito. E come non citare Pressy, un’idea a tratti così banale che viene da chiedersi come mai nessuno l’abbia già implementata da tempo: ancora deve giungere nelle mani dei primi finanziatori, ma se pensate che un pulsantino da inserire in un jack audio ha raccolto 700.000 dollari, capirete quale enorme cassa di risonanza possa essere il crowdfunding.

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Il crowdfunding si trova quindi nell’apparente paradosso di riuscire a influenzare il mercato, pur senza dominarlo: è innegabile che Ouya abbia dato un certo slancio al settore delle console Android, campo nel quale abbiamo poi visto cimentarsi Bluestacks, Mad Catz, e recentemente anche Huawei, ma è altrettanto innegabile che ancora non ci sia nessuno che sia riuscito a declinarlo a dovere, e siamo anche abbastanza pronti a scommettere che sarà una grande azienda a farlo alla fine, e non una produzione indipendente. E lo stesso identico discorso può essere fatto per il settore degli smartwatch, dove Pebble e TrueSmart sono senz’altro progetti che hanno dimostrato l’interesse del pubblico, ma che comunque non hanno realmente sfondato (non ancora per lo meno), mentre Sony e Samsung stanno “pericolosamente” continuando ad affilare gli artigli, in attesa di un affondo che sembra sempre più prossimo.

La conferma di questa sorta di “stallo” tra ciò che potrebbe essere e ciò che poi davvero è, viene anche dal bilancio di Kickstarter del 2013, che fa sì registrare la ragguardevole cifra di 480 milioni di dollari, ma con una crescita del 20% inferiore rispetto allo scorso anno. La parabola del crowdfunding non ha insomma ancora raggiunto il suo apice in termini monetari, ma il rischio è che non ci arrivi mai e si ripieghi prima su sé stessa: come tutti i fenomeni che vanno incontro ad un rapido boom, mancano delle regole più ferree, delle garanzie e delle tutele nei confronti dei finanziatori che spesso devono aspettare mesi se anni per avere qualcosa di concreto in mano, con il rischio che magari il mercato ci sia già arrivato da solo, e magari anche dei limiti al finanziamento stesso.

Il crowdfunding potrebbe anche essere una potenziale arma contro multinazionali e lobby, ovvero un modo per far sì che il mercato vada dove vogliono gli utenti, finanziando magari qualcuno di diverso dai soliti noti, ma rischia invece di diventare quasi l’opposto, ovvero un pozzo d’idee per gli OEM, che anziché essere i primi ad innovare possono permettersi di lasciare che tanti progetti facciano loro da beta tester, prima di presentare una propria soluzione.

Parte della “colpa” potremmo anche darla agli utenti, che spesso privilegiano progetti che sembrano delle chimere (o delle caçç@te) e ne snobbano altri più “seri” (vedi etilometro), ma come dicevo prima è anche l’assenza di “paletti” più stretti che si fa sentire: in linea teorica il crowdfunding dovrebbe avere al centro di tutto le idee; purtroppo invece rischia di avere il denaro, in un modo o nell’altro.