WhatsApp Final

Un gioco spia le nostre conversazioni di WhatsApp e viene rimosso dal Play Store

Roberto Orgiu -

Proprio ieri parlavamo di una torcia che raccoglieva i dati personali degli utenti per poi rivenderli e il caso odierno non è tanto diverso: un gioco, già rimosso dallo store di Google, salvava le nostre conversazioni di WhatsApp, inviandole ad un sito web dal quale, dietro pagamento, si poteva accedere a queste copie non autorizzate.

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Ma com’è possibile che queste cose possano succedere? La colpa può essere della piattaforma che, magari, non protegge a sufficienza i nostri dati? La risposta alla seconda domanda è un secco no. Le sandbox di Android prevedono che una determinata applicazione (e solo lei) possa accedere alla propria directory privata, ma tutte le applicazioni possono accedere alla memoria pubblica in lettura e scrittura (a patto di aver dichiarato gli appositi permessi).

Provate quindi ad aprire, con un qualsiasi file manager, la memoria del vostro dispositivo e noterete una cartella nominata WhatsApp, con all’interno una sottodirectory Databases contenente tutti i backup giornalieri eseguiti dal famoso software di messaggistica.

Viene quindi da sé anche la risposta alla prima domanda: queste cose possono ancora succedere, ma non si può certo dare la colpa alla piattaforma che, di suo, dà agli sviluppatori tutti gli strumenti per proteggere i dati dei propri utenti. Certamente, nemmeno questi strumenti possono fare miracoli, ma un conto è lasciare i dati dove chiunque possa leggerli senza sforzo, un altro è segregarli in un posto dove solamente chi ha i permessi di root (o sa usare adb) può estrarli.

Fonte: Graham Cluley