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Editoriale: Google e il “controllo” di Android tramite il Play Store: passi in avanti, fork ed illusioni

Lorenzo Quiroli -

Se siete nostri lettori di vecchia data riconoscerete un’affinità nel titolo del nostro approfondimento odierno con un vecchio articolo che fu scritto in seguito al Google I/O di quest’anno: nel caso non l’aveste già fatto, vi consigliamo prima di leggerlo, poiché oggi continueremo il discorso iniziato la scorsa volta, parlando dei passi in avanti svolti in questi ultimi mesi e sfatando anche qualche mito in quello che nel frattempo è diventato un argomento piuttosto discusso, e in parte opinabile.

La libertà provoca anche effetti collaterali

Il nostro amato robottino verde ha fatto molta strada negli ultimi anni ma, a prescindere dai miglioramenti di performance e dalle molteplici nuove funzionalità introdotte, il compito più difficoltoso per Google è stato tenere sotto controllo il proprio sistema operativo: da una parte il suo essere open source, permettendo ai vari produttori di differenziare il proprio prodotto, è stata la chiave del suo successo, ma la libertà provoca anche effetti collaterali come il fork di Amazon e la frammentazione (e non solo). Per com’è strutturato oggi potremmo dire che Android è costituito da tre blocchi, il primo open source, che è quello dell’AOSP, il secondo rappresentato dalla personalizzazione del produttore (più o meno pesante, ma presente su praticamente tutti i dispositivi ad eccezione dei Nexus) e un terzo formato dalle varie Google App.

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Al fine di prevenire nuovi fork e per consolidare l’ecosistema Android, la strategia è stata semplicemente rendere non solo importante ma insostituibile ciò a cui dovresti rinunciare, ossia le app e i servizi di Big G, come Maps, Gmail, lo stesso Play Store ma anche Play Games, Android Device Manager e altro ancora. Non a caso sempre più applicazioni fanno parte di questa cerchia (alcune delle quali, come Google Keyboard, prima erano parte dell’AOSP) e con il prossimo aggiornamento ormai alle porte esse potrebbero anche aumentare: diamo ormai per certo che gli SMS saranno gestiti da Hangouts, ma quando abbiamo esaminato il famoso log abbiamo trovato tracce di interessanti elementi come GoogleDialer, GoogleCamera e GoogleHome. Sappiamo ormai cos’è quest’ultimo, mentre gli altri due per il momento rimangono un mistero, ma denotano comunque la volontà di creare un separazione tra la base open e le applicazioni di Google, che sono proprietarie e in numero sempre maggiore. Alcuni sono arrivati al punto di chiamarlo il fork di Android da parte di Google, ma in realtà questa strategia ha una connotazione difensiva più che offensiva, volta a far partire in netto svantaggio chiunque voglia costruire un sistema basato su Android, ma senza includervi la componente Google.

Anche Google Play Services ha i suoi limiti

Sicuramente per Big G poter inserire le proprie applicazioni su Google Play è un vantaggio, dato che grazie ad esso può aggiornarle a piacimento e renderle disponibili anche per chi non ha l’ultima versione di Android sul proprio dispositivo, ma su questo punto spesso c’è un po’ troppo ottimismo. Il discorso in questo caso rischia di diventare tecnico e preferiremmo evitarlo, ma basti sapere che, essendo molte parti di Android modificate dai produttori, esse non potrebbero essere aggiornate da Google, perché così facendo si rischierebbe di compromettere il normale funzionamento del dispositivo. Lo stesso utopistico ottimismo pervade anche i discorsi riguardanti Google Play Services, l’applicazione che ha permesso di introdurre nuove funzionalità quali Play Games su tutti i dispositivi con Android 2.2 o superiori.

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Sebbene sia in effetti una delle app più potenti tra quelle di Google anche questa ha i suoi limiti: in passato è stata sfruttata per introdurre nuove API per sviluppatori (seguite da trionfali editoriali di molte testate giornalistiche che hanno proclamato la fine delle frammentazione) ma non è un caso che Google abbia avuto bisogno di rilasciare Android 4.3 per introdurre il supporto a BLE e altro. Allo stesso modo Hangout rischia di supportare gli SMS solo se abbinato alla versione 4.4 del robottino verde, dato che utilizzerà delle API rese pubbliche con KitKat, e dubitiamo ci sia qualcosa che Play Services possa fare al riguardo, a meno che non vengano utilizzate le hidden API sfruttate al momento dalle altre app per gli SMS, anche se questa soluzione non ci convince completamente.

Non illudiamoci insomma che utilizzando Google Play e Play Services sia possibile abbattere la frammentazione, perché quella è un’altra cosa, e non sarà così. Il “core di Android” rimarrà qualcosa sempre e solo aggiornabile tramite upgrade del sistema, non ci sono workaround che tengano, e per quanto una minima parte della colonna di destra, nell’illustrazione qui sopra, possa tecnicamente essere portata nelle altre due (es. dialer e lockscreen), il grosso del suo contenuto (SystemUI, setting, framework, kernel, driver, ecc.) non è un semplice pacchetto che possa essere pubblicato sullo store o aggiornato per vie traverse con Play Service.

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La modularizzazione del nostro sistema operativo preferito continuerà probabilmente anche in futuro, e abbiamo già sottolineato il fatto che ormai non è più necessario un grande salto di versione (non a caso si parla di Android 5.0 da mesi, per non dire anni, ma intanto non ci stupirebbe vedere Android 4.5, 4.6 e così via).

La frammentazione però rimarrà tra di noi, limitata grazie ad alcuni artifici come Play Services, ma sempre presente. Il modo comunque per ridurla ulteriormente c’è, ed è piuttosto banale: cara Google, perché per il 2014 non ci regali un solo importante aggiornamento di Android, al posto di due a distanza di tre mesi?

Nicola Ligas ha contribuito alla stesura di questo articolo