Play Music All Access

Editoriale: perché ho abbandonato Spotify per Play Music All Access

Emanuele Cisotti

Ammetto che il fascino dei servizi Google ha su di me un grande potere ma, anche per il ruolo che rivesto nel mio lavoro, cerco sempre di guardare il tutto con un occhio più critico possibile e di analizzare ogni proposta Google nel modo più distaccato possibile (dopo i primi minuti di entusiasmo sfrenato, ovvio). E così ho fatto per Play Music All Access.

Per chi non lo sapesse è il servizio di streaming multimediale offerto da Google che permette per circa 8€ (gratis il primo mese) di ascoltare gratuitamente e in modo del tutto illimitato il catalogo intero dei brani in vendita su Play Store. Non è una novità: Deezer e il ben più popolare Spotify lo facevano già da svariati mesi (anche in Italia). Ammetto che il servizio di streaming musicale non è esattamente fatto a misura del mio utilizzo, in cui preferisco acquistare singolarmente i brani (le mie fonti preferite sono Amazon Mp3 e Beatport) e ascoltarmeli… in streaming, tramite Google Play Music. Nel mio utilizzo infatti, poiché preferisco “possedere” la musica (anche su CD se possibile) non ha molto senso pagare per un canone mensile per ascoltare quel poco di interessante che c’è oltre la mia libreria audio.

Play Music - AlbumAffascinato però dalla potenzialità di questi nuovi servizi ho utilizzato a lungo Spotify nel momento del suo arrivo in Italia, approfittando anche di alcuni coupon per testare a fondo il servizio Premium su Android. L’applicazione Android mi è sembrata solida fin dall’inizio e anche abbastanza funzionale, grazie alla semplice possibilità di archiviare offline le playlist di nostro interesse. La realtà è che avendo sempre avviato il mio player audio preferito, ovvero proprio Google Play Music (in quanto l’unico compatibile con l’omonimo servizio di archiviazione online), il passaggio a Spotify era “forzato” e spesso scomodo. Scaduto anche l’ultimo coupon ho così deciso di non rinnovare il servizio Premium e di continuare ad utilizzare l’applicazione desktop (in modo molto sporadico devo ammettere).

Appena il corrispettivo Google è stato disponibile in Italia ho così deciso di approfittare del primo mese gratuito, abbastanza convinto che lo avrei utilizzato solo a scopo puramente giornalistico. E invece… Invece, All Access mi è tornato molto utile, integrandosi in modo ottimale con le playlist dei brani da me già caricati gratuitamente sulla piattaforma e permettendo di creare radio (ovvero playlist dinamiche basate su di un brano come punto di partenza) che sfruttavano anche la mia libreria pre-esistente. Un brano sentito in radio ed automaticamente aggiunto ad una delle mie playlist offline.

Ma cos’ha All Access in più di Spotify? Tecnicamente non molto, se non fosse che si integra perfettamente con un servizio pre-esistente, a sua volta integrato in un’applicazione preinstallata nella stragrande maggioranza degli smartphone Android.

è quindi personalmente un risultato dolce e amaro allo stesso tempo

La morale di questo editoriale è quindi personalmente un risultato dolce e amaro allo stesso tempo. Si corona finalmente il sogno di un servizio di streaming che completa la mia libreria musicale con solo 8€ al mese (pochi per chi ascolta molta musica, sempre diversa), ma allo stesso modo è una sconfitta, che si cela nell’ammettere di utilizzare un servizio piuttosto che un altro perché già disponibile dentro il dispositivo e perché già si utilizzano altri servizi simili della stessa azienda. Ho sempre cercato di sostenere personalmente progetti alternativi che reputavo migliori della massa, ma a volte bisogna ammettere che il peso del monopolio si fa molto pressante, e cedere alle sue lusinghe diventa più semplice che passare ore alla ricerca di qualcosa di realmente perfetto per noi.

Per chi si aspettava qualcosa di più tecnico per decidere in modo più obiettivo quale servizio scegliere, nel futuro prossimo realizzeremo un (oggettivo) confronto fra i due servizi.