Social Network Interface

Editoriale: tra social network e social life

Nicola Ligas

La sveglia suona. È una melodia tutto sommato gradevole, l’ho scelta apposta, ma questo non rende meno fastidioso il risveglio dopo le poche, quotidiane ore di sonno. Il braccio avanza vero il comodino sicuro di sé, con un riflesso automatico, e nel giro di poco l’allarme cessa. Anche Android si sveglia in quel momento, passando dalla modalità aereo, che per lui è un riposante viaggio tra le braccia di Morfeo, alla quotidiana abbondanza di connessioni. Il successivo mezzo minuto è un rincorrersi di “bip bip” di varia natura: in origine avevo dato a ciascuna applicazione un suono di notifica diverso per poterle riconoscere meglio, ma ormai sono così tante che avrei bisogno di un promemoria per ricordarmi chi suona come, perdendo così lo scopo semplificatore del tutto. WhatsApp, Twitter, Google+, Gmail, Facebook, Instagram, e questo senza contare altre applicazioni come calendario, Play Store, to-do vari, e le tante altre che hanno un loro motivo per farsi sentire.

Controlliamo quindi di cosa parlano i vari gruppi su WhatsApp, auguriamo un paio di “buongiorno”, e passiamo ai vari social network, in cui un’accozzaglia di notizie serie o semi tali si mescolano a quelle private, che forse sarebbe meglio restassero tali, soprattutto quando vedo un paio di futuri medici che sembrano più dei futuri saltimbanchi, o un futuro architetto che ha bevuto così tanto da non riuscire a costruire un castello di carte. Il cane di Koushik Dutta comunque è in buona salute, Vic Gundotra è andato in qualche posto esotico / lussuoso / tropicale / sciistico, Steve Kondik continua a “gozzovigliare e moddare” e Linus Torvalds oggi ce l’ha con qualcuno di nuovo. Nel mentre, vari negozi/centri commerciali/partiti politici/spammoni hanno partorito post per riempire 10 bacheche di Facebook, rischiando di farmi perdere i saltimbanchi e le carte di cui sopra, e il 10° tweet di SamMobile della giornata mi parla di quanto Samsung sia più bella e fotomodella di HTC, non senza che Eric Schmidt abbia trovato il pretesto per un nuovo cinguettio sul suo libro, casomai non lo avessi ancora comprato. A questo punto posso anche guardare gattini e cagnolini su Instagram e gustarmi le foto del nipote di 3° grado di un ex collega, che tra un po’ non ricordo nemmeno come si chiami, mentre è intento a soffiarsi il naso, o forse a fare di peggio. Direi che a questo punto sono più che pronto per la colazione.

La giornata di bel tempo mi chiama comunque a sé, e non avendo particolari ragioni per resisterle (salvo l’ennesimo aggiornamento dell’ennesima app, condito da un rumor sul Nexus 5 di una fonte anonima amica del cuggino dell’autore dell’articolo) mi incammino verso il centro di Firenze, che in questa stagione riesce ad essere ancora di una temperatura piuttosto piacevole, prima che tutta la spessa pietra degli antichi palazzi lo trasformi in un perenne e improbabile forno a legna. Passando davanti ad un negozio, un simbolo familiare attira il mio sguardo: si tratta del logo di Instagram appiccicato su uno specchio, che ti invita a catturare immagini in cui indossi gli abiti di questa catena, nella speranza di essere pubblicato dal suo blog. Lì a fianco, una serie di Polaroid, che difficilmente sembrano amatoriali, ritraggono scarpe, occhiali, abiti e modelli, ma probabilmente è solo la mia malafede a parlare. Entrato nel negozio, noto una ragazza intenta a chiedere consigli ad un’amica assente scambiandosi, foto dei vestiti via WhatsApp: non credo che arrivi a 15 anni, ma non oserei sfidarla ad una gara di typing perché ho paura del risultato.

Giunto finalmente in piazza Duomo, l’immancabile folla di turisti non poteva che essere lì in agguato: molti di loro stringono in mano il cellulare mentre fotografano S.Maria del Fiore, qualcuno giurerei che si stesse cimentando in un Photo Sphere, ma forse è solo la mia immaginazione, la stessa che mi ha portato a credere che molte di quelle foto in un attimo abbiano fatto il giro del mondo, protagoniste di uno spot che probabilmente una videocamera stava filmando da qualche parte. Da bravo hipster mi sono cimentato anch’io in qualche scatto, e istintivamente penso di condividerlo con il mondo: già ma dove? Non so voi, ma nonostante nel mondo reale abbia un’ottima “bussola interiore”, a volte soffro di perdita dell’orientamento da social network: questa foto starà meglio su Instagram, o è più probabile che piaccia ai contatti di Google+? E se stessi trascurando troppo Twitter? Ma poi che faccio, ripubblico la stessa cosa ovunque? Non è ridondante? E con chi la condivido: tutti, alcuni, nessuno? Alla fine il panico me ne fa passare la voglia.

La giornata prosegue attraverso aneddoti simili, con i suoni di notifica del mio Android e di quello della mia ragazza che giocano a rincorrersi (ha vinto il mio Gmail, ma solo per motivi di lavoro; il suo Facebook mi ha dato parecchio filo da torcere!) fino ad arrivare a sera, quando ci troviamo a casa di amici per la più classica delle serate italiane: la pizza da asporto in compagnia. Nemmeno un iPhone al tavolo (casualità), l’argomento verte ogni tanto su Android ma senza esagerare, anche se nel dopo cena molti di noi hanno controllato assiduamente il proprio smartphone, nonostante di “socialità” ce ne fosse già abbastanza nella stanza, senza bisogno di ricorrere a quella virtuale, ma per fortuna nessun cellulare è volato dalla finestra (al 6° piano sarebbe stato un po’ un problema).

Se siete arrivati fin qui, vi starete chiedendo quale sia la morale della storia. Per una volta tanto farò lo scaricabarile, e lascerò che siate voi, con le vostre esperienze e la vostra individuale sensibilità a deciderlo. Sarebbe facile schierarmi dalla parte degli anti-social network, anche perché personalmente non sono mai stato un loro grande fan; avrei potuto intitolare questo pezzo: “l’asocialità dei social network“, e dargli un’impronta lievemente diversa e più critica, ma come tutti i pensieri troppo estremisti avrebbe comunque avuto un che di vero e un che di falso. La realtà dei fatti è che i social network non sono nati con Android, ma con quest’ultimo si sono evoluti; i rapporti online da sempre non sono mai stati come quelli fisici, nel bene e nel male, e Android non è poi così diverso da un comune PC. Quando chattiamo con un amico, che sia tramite un computer piuttosto che attraverso WhatsApp, siamo noi a dare tono e colore alle sue risposte, anche quando magari ne avrebbero tutt’altri: forse è per questo che online “sono tutti un po’ più simpatici”. È anche vero però che ciascuno è libero di utilizzare il proprio mezzo come meglio crede, e soprattutto che le capacità di comunicazione/condivisione che uno smartphone ti mette in mano sono qualcosa di impensabile anche solo pochi anni fa. Nelle vite sempre più frenetiche che i ritmi moderni ci impongono, una foto stupida su un social network o un WhatsApp della buonanotte possono fare la differenza tra il non sentirsi affatto, e l’inviare comunque un segnale di fumo a certe persone. E i nostri cieli ne sono pieni. Tante nuvolette che nemmeno un indiano purosangue saprebbe interpretarle tutte; ma in fondo è proprio a questo che servono pizza e tavole imbandite: non è forse vero?

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