Editoriale: Evoluzione o involuzione videoludica?

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Questa non sarà la solita recensione, bensì una sorta di riflessione sulla direzione presa da moltissime case sviluppatrici di videogiochi su tutti i dispositivi, in particolar modo su quelli mobili. Mi piacerebbe condividere questa discussione con voi, leggere i vostri commenti, i vostri pensieri su questo mondo che ci appartiene, un mondo che ci accompagna da moltissimi anni e che ora è in rapida espansione sui nostri dispositivi portatili. Chi per mancanza di tempo, chi per effettiva passione, molti di noi si dedicano pienamente al gioco su smartphone e tablet: stiamo vivendo un importante fenomeno, basti pensare (e soprattutto vedere) alle conseguenze sull’intero mercato videoludico causate dalla vendita a basso costo dei titoli per cellulare.

Insomma, molti saranno pure scettici, ma è inutile girarci attorno: sembra che i nostri smartphone stiano raggiungendo il tanto agognato appellativo di console vera e propria, spazzando via le console portatili di Sony e Nintendo. Non per fare concorrenza, ma parlando di fatti, i nostri cellulari e i nostri tablet contano un parco titoli da non sottovalutare e, soprattutto,  in continua crescita. Ogni giorno il Play Store si riempie di nuovi giochi: e voi direte, meno male! Siamo d’accordo, ma non credete che la qualità media dei titoli stia scendendo vertiginosamente? Parliamoci chiaro: la maggior parte dei titoli in uscita su Play Store sono giochi irrilevanti, copie su copie, prive di idee interessanti. E questa situazione non riguarda solo i nostri device portatili, ma tutto il mondo videoludico.

Cosa sta succedendo?

Che il mercato videoludico si stia omologando è un dato di fatto. Su console i First Person Shooter sono il genere più venduto, giocato e diffuso in assoluto, mentre sui nostri cellulari spopolano titoli mediocri, coadiuvati da acquisti in-app sempre più insistenti. Non ho nulla da obbiettare, il mercato è il motore del nostro paese e i videogiochi non ne sono esenti: c’è questa idea di come i videogiochi siano qualcosa di “mistico”, qualcosa che se c’è o non c’è non fa alcuna differenza. Se non fai i numeri sei fuori, punto e basta, come in una qualsiasi altra azienda. In parole povere, il mercato ha “plasmato” i titoli di oggi, belli o brutti che siano. Non sto condannando il modello di business dei videogiochi, questo è un argomento sul quale comandano gli acquirenti. Sono qui per descrivervi, in linea generale, la struttura dei giochi di oggiavviando una sorta di excursus e analizzando i singoli parametri che hanno subito modifiche nel corso di questa generazione, riflettendo sulle direzioni intraprese dai sviluppatori e produttori di videogiochi e ci piacerebbe leggere la vostra opinione.

Siamo difronte ad una evoluzione o ad una involuzione videoludica?

Innanzitutto la grafica: questa incessante ricerca della perfezione con precisione quasi maniacale, una ricerca che mira sempre più ad avvicinarsi alla realtà. La casa sviluppatrice francese Gameloft è una delle dimostrazioni più lampanti, dato che il loro obbiettivo è quello di avvicinarsi sempre più ai titoli console, soprattutto dal punto di vista grafico. Un compito svolto egregiamente da parte degli sviluppatori francesi, basti notare il successo di vendite dei loro prodotti. Pur impressionati dai risultati, non dimentichiamoci che in quanto “videogiochi”, questi devono saper divertire al meglio delle loro possibilità.

Partendo dal concetto di divertimento, parliamo dell’intrattenimento videoludico: da cosa proviene ? Cos’è che scaturisce in noi quel senso di piacevole distrazione che ci tiene incollati allo schermo? La sfida, il metterci alla prova e il continuo migliorare di prova in prova, di partita in partita, fino a raggiungere traguardi imposti dal gioco o da noi stessi. Attenzione: non intendo la sfida come competizione a livelli mondiali, quello lo lascio ai competenti in materia. Parlo di sfida come difficoltà base per poter dare a tutti i giocatori il divertimento nella sua più sincera essenza. Che gusto c’è nello sconfiggere un nemico se questo si limiterà unicamente allo stare immobile dietro una copertura senza metterci alle strette? Nessuno, perché ciò non valorizzerà il nostro divertimento e, perché no, la nostra abilità. E purtroppo il livello di difficoltà dei giochi sia su console, sia su dispositivi portatili sta diminuendo tantissimo.

I giochi facili non stimolano le emozioni nei videogiocatori: la rabbia (ben diversa dalla frustrazione) nel non passare un livello comporterà un gran senso di soddisfazione nel giocatore una volta completato, la gioia e persino la commozione in determinate fasi di gioco cariche di emozioni aiuteranno nell’immedesimazione dell’esperienza videoludica. Tutto ciò sta scemando nei titoli di oggi, poiché si sta puntando più sulla spettacolarità che sulla giocabilità stessa.

Il fattore difficoltà è alimentato sicuramente dalle “microtransazioni, un mondo che sta spaventando tutti i gamer e che sembra farsi più forte di giorno in giorno, nonché uno dei punti più importanti di questa generazione. I DLC (Downloadable Content) e gli acquisti in-app sono stati introdotti per favorire il supporto e gli aggiornamenti ad un gioco da parte degli sviluppatori. Nel caso il gioco in questione fosse stato apprezzato particolarmente dagli acquirenti e questi ultimi richiedessero nuovi contenuti o semplicemente volessero dimostrare il loro appoggio tramite  una donazione, le microtransazioni potevano risolvere questi tipi di problema  e, inoltre, aiutare gli stessi sviluppatori a produrre nuovi titoli. Perché parlo al passato? Perché l’evoluzione di questo concetto non è stato visto di buon occhio da parte degli appassionati, poiché le case sviluppatrici hanno puntato più agli introiti che alla bontà dell’offerta ludica, rilasciando titoli a metà (rigorosamente a prezzo pieno) e vendendo l’altra parte del gioco tramite DLC, oppure rilasciando giochi free-to-play che di free hanno ben poco. Il concetto di microtransazioni si ripercuote soprattutto nella nuova struttura dei giochi di oggi, un approccio improntato al sociale, alla condivisione e alla modalità multigiocatore.

Riallacciandomi al discorso difficoltà, sembra che gli sviluppatori puntino alla vendita di potenziamenti (con valuta reale) per poter superare ogni difficoltà, eliminando quel concetto di “sfida” che ci offrivano i titoli di un tempo, oppure offrendoci dei power-up indispensabili per usufruire di certi contenuti di gioco altrimenti inaccessibili. Insomma, il tutto gira su un quadro molto chiaro: alcuni giochi sono studiati apposta per favorire chi paga, il che potrebbe sembrare giusto, ma purtroppo le cifre da spendere sono ben più alte della media dei prezzi dei videogiochi di oggi e spesso i contenuti offerti sbilanciano il gioco,

dei videogiochi di oggi e spesso i contenuti offerti sbilanciano il gioco,  rendendo i titoli da free to play a pay to win. Questo elemento è sempre più insistente nei titoli di oggi e non solo nei free-to-play, ma anche nei giochi a pagamento.

Dal compromesso all’utopia

Queste parole spese a descrivere la situazione videoludica non devono essere intense come un “è bello ciò che vecchio, è brutto ciò che è nuovo”. La nuova generazione ha portato con sé anche piacevoli novità come, ad esempio, l’espansione di titoli indie, dove gli sviluppatori di giochi con basso budget hanno potuto dare sfogo alla loro creatività creando dei prodotti meravigliosi. Tanti gamer considerano le produzioni indipendenti come “l’ultima speranza videoludica” perché in molti di essi traspare quel dolce sapore di divertimento che le grandi produzioni molto spesso non riescono a dare.

Per concludere, mi piacerebbe vedere in futuro una sorta di compromesso tra qualità dei prodotti e modello di business, un’industria videoludica improntata più sulla passione che sul danaro (pura utopia, in fondo è sempre quello il motore di tutto). La speranza è quella di vedere più giochi fatti con il cuore e con l’anima e soprattutto con passione, dove le idee valide vengono premiate e lodate come si deve (Kickstarter è già un potenziale buon passo verso questa direzione) e meno titoli creati per sfruttare franchise famosi o strutture di gioco trite e ritrite solo per cercare di spillare soldi dai portafogli. Non sto dando la colpa agli sviluppatori: il problema sta nel tutto, sta anche in noi giocatori che finanziamo un certo tipo mercato (o non finanziamo – qualcuno ha parlato di pirateria?). Per il resto,  non posso che consigliarvi di rimanere sempre fedeli al mondo videoludico, un mondo magico che ha accompagnato l’infanzia di molti e che tutt’oggi fa parte della nostra vita, un universo sempre pronto a sorprenderci: a patto di volerlo.