editoriale

Editoriale: qual è il portabandiera di Android del 2013?

Nicola Ligas

I lettori più devoti ricorderanno forse un mio editoriale analogo di maggio 2012: era da poco stato presentato il Galaxy S III, e la line-up degli smartphone di punta Android si era appena completata. La stessa cosa è successa quest’anno con quasi due mesi di anticipo, dettati principalmente dall’evento di giovedì scorso nel quale è stato annunciato anzitempo il Galaxy S4. Mi sono quindi ritrovato a pormi la stessa domanda che mi ero fatto all’epoca, e il risultato è che…

Sony

Sony non ha letto un altro mio editoriale, che scrissi profondamente convinto e anche un po’ speranzoso quando ancora si ipotizzava un Nexus col brand dell’azienda nipponica. Non m’importa affatto che quest’ultimo non si sia concretizzato, non era quello il nocciolo della questione, ma Sony non è stata attenta su due punti fondamentali:

  • non ha prodotto uno smartphone davvero al top
  • non ha ancora migliorato a dovere la propria politica degli aggiornamenti

Iniziando da quest’ultima, è evidente che se il top di gamma dello scorso anno, al secolo Xperia S, è ancora fermo da Ice Cream Sandwich, c’è qualcosa che non va. Arriverà verso fine mese? Bene, ma sarà sempre e comunque una versione di Android indietro. E questo si ripercuote anche sui nuovi modelli. Siamo qui a parlare di Xperia S perché è un terminale nato con Gingerbread nella primavera del 2012, e Xperia Z a sua volta non è uscito con Android 4.2 (sebbene l’aggiornamento sia stato promesso ma non ancora realizzato). LG ha recentemente aggiornato L9 (che non è un modello di punta) ad Android 4.1.2, Samsung ha aggiornato Galaxy S II e Galaxy Note che sono del 2011, e Sony è ancora indietro. Per l’utente comune questo forse non sarà un problema cruciale, ma è un sintomo di un’azienda che non riesce comunque a tenere il passo con i propri stessi prodotti.

E veniamo a Xperia Z. È un ottimo terminale, ma siamo chiari, è praticamente impossibile che al giorno d’oggi il modello di punta di un produttore di questo calibro non lo sia, ed infatti il punto non è quello. Anzitutto Xperia Z è un po’ indietro agli avversari da un punto di vista tecnico, non moltissimo, ma un po’ lo è: in un mondo di Snapdragon 600 e Exynos Octa, lui monta ancora il “vecchio” S4 Pro del Nexus 4. Di nuovo, non sarà un processore piuttosto che un altro a renderlo inferiore nell’utilizzo quotidiano, ma anche questo è un altro sintomo di un’azienda che non riesce a tenere il passo con i propri avversari. Tranne che nel prezzo, ormai in pratica uniformato alla concorrenza.

Xperia S aveva infatti dalla sua un costo vantaggioso rispetto agli avversari al momento del lancio, ma già con Xperia T le cose erano peggiorate senza apparente ragione e se in Xperia Z la motivazione sta nella cura costruttiva, è pur vero che in questo modo Sony perde comunque un importante fattore di vantaggio. Per di più lo smartphone, nonostante la presentazione a gennaio, è arrivato in commercio solo quasi due mesi dopo: con due mesi di vantaggio la musica sarebbe stata senz’altro diversa, ma così non è stato. Samsung lo ha capito ed ha anticipato la presentazione di un GS4 che non è ancora pronto per essere in vendita, ma che così ruba spazio e scena agli avversari mai troppo in anticipo.

E infine veniamo alle feature: Xperia Z non offre niente di più dell’interfaccia di Sony, rispetto all’esperienza stock di Android, e non è che la UI nipponica sia così avveniristica da conquistarti al primo sguardo. Potete chiamarli “fumo negli occhi”, ma HTC e Samsung hanno condito i loro smartphone con tanti nomi altisonanti: BoomSound, Smart Pause, Zoe, Air Gesture, ecc. Servono? Per conquistare l’utente esperto probabilmente no, ma da un punto di vista di marketing e appeal non sono da sottovalutare, e se Xperia Z può essere usato da una modella per farsi la doccia o cucinato col minestrone, sfido chiunque spenda più di 600€ in uno smartphone a volerne verificare insistentemente le doti di impermeabilità.

Non ho avuto modo di provare intensivamente Xperia Z, se non i classici sample da fiera a Barcellona, quindi potrei anche ricredermi tutto in una volta, ma leggendo recensioni come quella di The Verge (uno dei siti d’informazione tecnologica che più stimo al mondo), che lo definisce “il miglior smartphone di Sony di sempre, che però è a malapena decente secondo gli standard di mercato“, non sento di essere andato troppo fuori strada: non è lui il portabandiera di Android del 2013.

HTC

Se avessi davvero esigenza di cambiare smartphone adesso, prenderei probabilmente HTC One (e a quanto pare non sono il solo). Purtroppo HTC non mi ha pagato per dirlo, né mi ha regalato un One da provare in cambio di cotanta pubblicità gratuita, ma se l’onestà non ha prezzo questo è il mio pensiero. È pur vero che HTC One è un ottimo telefono, che però non venderà mai lontanamente quanto meriterebbe, quindi in un certo senso siamo pari.

Da un punto di vista tecnico non c’è nulla da eccepire: scocca lavorata da un unico blocco di metallo, doppio speaker anteriore, un display che se anche lo guardi di profilo sembra un’immagine stampata, processore all’avanguardia e una fotocamera che promette miracoli anche in condizioni di scarsa illuminazione. Dov’è allora il problema? Anche in questo caso sono due i dubbi che mi vengono:

  • tutti questi sforzi erano davvero necessari? O detta altrimenti: saranno ripagati?
  • perché HTC è così “testarda”?

In questo caso partiamo dall’inizio: HTC vive un momento grigio, deve far quadrare dei bilanci che non quadrano e decide di puntare tutto su un top di gamma. Benissimo. Ma se intanto fosse riuscita anche a contenerne un po’ il prezzo non sarebbe stato meglio? Non pretendo la luna, ma già 100€ in meno fanno una grande differenza, se non pratica almeno psicologica (ma chi prendo in giro: anche pratica). Forse sarà malizioso, ma mi sembra di vedere una punta di orgoglio in un’azienda che non vuole distanziarsi dai rivali in questo fattore, come se proporre un top di gamma ad un prezzo inferiore fosse quasi “denigrante”. Sony l’ha fatto lo scorso anno, e mi sembra che in fondo non le sia andata troppo male.

In quest’ottica era davvero necessaria la grande cura nella lavorazione della scocca? Direte voi: si ripaga poi in pubblicità. Replico io: se la facesse! La testardaggine cui accennavo sta infatti anche un po’ qui: nel vivere un momento di crisi, ma nel non cambiare sostanzialmente nulla nel proprio approccio. HTC ha sempre fatto ottimi prodotti da un punto di vista tecnico e dei materiali, ma se le cose non sono andate bene, non è che forse il problema stava altrove? Nella promozione intanto (Samsung investe troppo in marketing? beata lei…), che a quanto pare non avverrà per via televisiva perché secondo le indagini di HTC la loro è una clientela giovane e dinamica che usa molto il mezzo internettiano. Sarà anche, ma dubito che chi spende più di 600€ su un telefono sia solo un giovane hipster.

E questa stessa testardaggine si ripercuote anche a livello software: BlinkFeed è l’idea di HTC per rendere più immediato l’uso del telefono, basata anche sul fatto che (sempre secondo le loro indagini) gli utenti non usino poi molto i widget. Può essere anche vero (non per il power user magari, ma non è questa tipologia che costituisce la maggioranza del mercato), ma non riesco a togliermi dalla mente l’idea che alla lunga BlinkFeed venga a noia (di nuovo: The Verge mi dà ancora ragione): perché fornisce molto ma non tutto, perché è immediato ma non poi così tanto (al massimo visualizza sui 4 contenuti contemporaneamente) e per il fatto che non lo si può disattivare completamente, ma potete impostare un’altra pagina come home predefinita.

Stesso discorso vale per i pulsanti, ridotti a due: il multitasking (di nuovo: secondo indagini di HTC) non sarebbe così utilizzato dagli utenti. Certo se non glielo metti a disposizione difficilmente lo utilizzeranno. Sarei curioso di vedere in quanti sapranno che il tasto home di HTC One avvia Google Now se lo premi a lungo o il riepilogo delle app aperte se usi il doppio tap. Le combo sui pulsanti sono quanto di meno user-friendly ci sia (non per il power user, ma non avevamo detto che di lui non ci importava?), e la comodità di avere sia un tasto apposto che per il multitasking, che una veloce gesture per Google Now sono impareggiabili per chi li voglia usare.

Ultimo capitolo: gli Ultrapixel. Faremo come sempre tutte le prove in sede di recensione, ma da quanto emerso finora sembra che in effetti in condizioni di scarsa illuminazione la differenza si veda, ma mediamente non così tanto e non è certo una tecnologia “rivoluzionaria” come il Pure View di Nokia, che ad oggi è imbattuto ovunque. Qui ci sarebbero quindi da rifare tutte le considerazioni precedenti sulla convenienza o meno di investire tanto in una tecnologia (che poi farà lievitare anche il prezzo dello smartphone), specialmente se quest’ultima non è sfruttata al massimo a fini promozionali.

Mi dispiace quindi per HTC e per One, ma neanche lui è il portabandiera di Android del 2013.

LG

LG è un enigma. Forse anche per sé stessa. Accantoniamo il facile discorso sul Nexus 4, perché sarebbe fuorviante: in Italia capisco che possa esserci il dente avvelenato da parte di chi conosce tutta la storia (ma non da parte dell’utente comune), ma nei paesi dove il Googlefonino è stato venduto di certo è andata diversamente, anche a dispetto delle scarse scorte (che comunque non sono direttamente imputabili alla sola LG). Anche in Italia in fondo chi lo voleva davvero ormai è riuscito a procurarselo, quindi il problema non è il Nexus 4.

Optimus G, suo gemello, è un primo sintomo. Sintomo intanto del ritardo con cui è arrivato sul nostro mercato, e sintomo di come LG non riesca a trovare del tutto una sua identità, soprattutto con i modelli di punta (nella fascia media il discorso è diverso, e infatti la serie L ha veduto molto bene, e il recente passaggio ad Android 4.1.2 di L9 è senz’altro un ottimo segnale): spesso troppo simili ai dispositivi della concorrenza (leggi: Samsung) anche nelle funzionalità (leggi: Qslide), o comunque accantonati troppo in fretta. LG non ha mai scommesso e portato fino in fondo un proprio “modello simbolo”, puntando sempre molto sull’hardware ma non sulla cura delle sue stesse creature, che spesso hanno visto sorgere nuovi rivali in casa propria. Optimus Dual, Optimus 4X HD, Optimus G, sono tutti ottimi smartphone sulla carta, ma cannibalizzati in parte l’uno dall’altro e in parte dall’abbandono o comunque da un’attenzione non certo adeguata da parte di LG stessa.

L’ultimo nato poi, Optimus G Pro, sembra un eccellente dispositivo. Siamo rimasti piacevolmente colpiti dal suo display e dalla sua reattività in generale, ma anche nel suo caso la distribuzione non è stata favorevole al nostro mercato. Il problema è quindi a monte: chi sarebbe il portabandiera di LG? Il tardivo Optimus G? Il nuovo e lontano Optimus G Pro? In ogni caso non possiamo attribuire ad LG l’ambito titolo di portabandiera di Android del 2013.

Samsung

Il discorso con Samsung sarebbe enormemente lungo, per questo la farò drasticamente breve. Samsung non è il portabandiera di Android del 2013, ormai lo è al massimo solo di sé stessa.

Sul Galaxy S4 posso sbilanciarmi ancora meno che sugli altri modelli, non avendolo nemmeno toccato con mano, ma il punto è che è esattamente ciò che era il GS III un anno fa o poco meno. Un ottimo prodotto, conservativo e non rivoluzionario, perché ogni azienda che si senta al vertice ha paura prima di tutto di una cosa: di essere scalzata, e pertanto lascia gli azzardi agli altri. Potete giustificare questo comportamento in molti modi (alcuni più ridicoli di altri), ma solitamente questo fatto regge per un po’ di anni, poi è necessaria una nuova scommessa per restare al top, o qualcuno verrà a reclamare il tuo scalpo. Avrei preferito che Samsung azzardasse un po’ di più fin da quest’anno, avrebbe avuto i numeri e le spalle abbastanza larghe per riuscirci a mio parere, ma così non è stato.

E nel frattempo il suo ecosistema si è ancora allargato, fino a includere dalle fasce da polso alle bilance, e chi sfrutterà i servizi di S Health (perché la “salute elettronica” è sempre più di moda) poi avrà ancora più difficoltà a passare in seguito ad un modello della concorrenza, perché dovrà buttare via anche tutti gli accessori comprati per il suo GS4. Samsung a quanto pare vuole restare al vertice a lungo, e nonostante questo (almeno per adesso) non ci regali niente di davvero esaltante, è comunque un punto a suo favore. Ma ciò che l’azienda sta costruendo è sempre più “suo” e sempre meno “Android” (no, non parlo di Tizen), pertanto non posso nominarla portabandiera di un OS che sempre più è offuscato dalla pesantezza del marchio Galaxy.

Gli outsider

Sono in molti, alcuni più di nicchia, altri più arrembanti. Huawei è senz’altro un nome da tenere d’occhio, perché in pochi un paio di anni fa avrebbero scommesso che l’azienda cinese avrebbe prodotto smartphone di levatura così elevata (scusate il gioco di parole), e invece ora la musica è del tutto cambiata. Asus è Asus: fedele al suo motto di originalità, è stata finora incapace di sfornare uno smartphone che fosse davvero solo uno smartphone, e pur avendo realizzato l’ottimo Padfone ha sempre dovuto affiancargli anche il tablet/dock. Forse 3 smartphone nel giro di neanche un anno sarebbero sembrati meno insoliti di tre modelli così particolari, uno più caro dell’altro. Aspetto a gloria il giorno in cui Asus deciderà di competere seriamente nel segmento smartphone, così come ha fatto in quello tablet, dove nel giro di poco è divenuta la scelta di Google per il suo Nexus 7. L’elenco potrebbe continuare con i vari ZTE, Acer, ecc. ma mi sono già dilungato oltre misura, e in pochissimi sarete arrivati fin qui, tanto più che non ho ancora risposto alla domanda nel titolo.

Android ha molti portabandiera quest’anno: li considero un po’ tutti degni, un po’ nessuno, come già avrete visto. Ma se fosse già un modello reale e non solo un prototipo (per altro in stadio piuttosto avanzato), mi sarebbe piaciuto dare il titolo allo smartphone (che forse avrete riconosciuto nell’immagine in copertina) di una sconosciuta azienda russa chiamata Yota Devices, che nella sua semplicità ha avuto la brillante intuizione di porre un display a e-ink come cover posteriore del telefono. L’idea funziona, è semplice, efficace, e si presta a molteplici usi, e se fosse venuta a Samsung e soci oggi sarebbe già considerata l’idea del secolo. Per questo sono contento che l’abbiamo avuta loro: è il miglior auspicio per un futuro di Android sempre ricco di sorprese.

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