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Editoriale: Google Play, un anno dopo: successi e fallimenti

Lorenzo Quiroli -

Cara Google, circa un anno fa hai cambiato il nome del nostro negozio di applicazioni Android senza alcun preavviso, e così da Android Market divenne l’attuale Google Play: le differenze non furono soltanto di etichetta, ma anche di contenuti, tanto che ad oggi sono presenti sei diverse sezioni (ognuna per tipologia di contenuti: musica, libri, app, etc) all’interno del nuovo store, tre delle quali non sono ancora presenti in italia.

In un solo anno sono stati molti i passi in avanti che hai compiuto, ma non ci hai fatto mancare nemmeno le delusioni; partito con musica, app, libri e film (almeno in America) la svolta arrivò quando sperimentasti la vendita di dispositivi per la prima volta in America con il Galaxy Nexus attraverso il tuo store, ad un prezzo che all’epoca consideravamo già aggressivo, inconsapevoli di ciò che sarebbe seguito, mentre pochi giorni dopo in Italia potemmo festeggiare Play Books; quello del Galaxy Nexus fu il primo passo che portò all’arrivo, durante il Google I/O dello scorso anno, del noto Nexus 7 venduto tramite Play Devices in UK, Australia e Giappone, oltre agli USA (grazie ad ASUS però, arrivò poi anche nel resto del mondo, al contrario di quanto successe mesi dopo per Nexus 4 e Nexus 10); inoltre fu svelato Play Magazines, l’ultima sezione dello store, dedicata alle riviste.

Nei mesi seguenti non ci furono grandi novità riguardanti la disponibilità di questi servizi nelle varie nazioni, con l’ultimo capitolo della storia fissato al 29 ottobre, quando insieme ai vari Nexus, annunciasti l’espansione di Play Movies (ma non in Italia), Play Music (anche in Italia) e Devices (non in Italia); dopo di ciò, solo qualche sporadico annuncio, che purtroppo non ha riguardato la nostra penisola. Visti i prezzi estremamente vantaggiosi, l’esclusione più cocente fu quella dalla vendita dei dispositivi Nexus, arrivati invece in Francia, Spagna e Germania (e ovviamente nelle nazioni in cui era già presente la sezione dispositivi di Google Play), ma anche in questi paesi il lancio non fu esattamente un successo. Molti si sono lamentati di ciò, avendone pieno diritto e ragione, ma quantomeno non siamo soli: basta pensare che se abitaste in Svezia avreste accesso solamente alle app, così come in molti altri paesi europei. Non metto in dubbio che stringere accordi per rendere disponibili vari contenuti multimediali in ogni nazione non sia facile, ma se la concorrenza c’è riuscita, anche una multinazionale del tuo calibro ha l’obbligo farcela, sia in Italia, ma più in generale in tutta Europa.

Il problema diventa serio quando la tua politica appare davvero incomprensibile e priva di senso: l’esempio recente è quello delle promozioni per i festeggiamenti del primo compleanno di Google Play, avvenuto proprio in questi giorni, con sconti e promozioni su app, musica, film e molto altro in tutti i paesi in cui i Nexus sono in vendita nello store online, mentre tutti gli altri si sono accontentati delle briciole. È il caso anche di Google Sound Search, un’app costituita da un widget per riconoscere le canzoni (come i noti Soundhoud o Shazam), al momento non disponibile in Italia seppur funzionante (il che è uno svantaggio per te, Google, visto che rimandando alla pagina di Play Music delle canzoni trovate, quest’app potrebbe incentivare gli acquisti), per non citare poi tutti gli altri tuoi servizi che da noi non sono disponibili, per ragioni più o meno valide.

Oggi Google Play ha preso la sua forma e si è progressivamente distaccato dal vecchio Market, e a differenza di quest’ultimo non è dedicato ad Android se non per la parte relativa alle applicazioni; musica e libri sono infatti servizi che potremmo utilizzare anche senza possedere un dispositivo del robottino verde. Il futuro sembra roseo per il tuo store, che sta finalmente traducendo il vantaggio nel marketshare nei confronti di Apple in ricavi nella vendita delle app, eguagliando anche lo store della mela in quanto a numero di applicazioni, con un sorpasso che pare ormai questione di tempo. Come si suol dire in questi casi, però, non è tutto oro quel che luccica, poiché una volta raggiunta la quantità, l’obiettivo deve essere la qualità: in questo periodo sono molte le applicazioni ad essersi adeguate alle nuove direttive del design, e molte di esse vanno oltre, arricchendo l’ecosistema con lavori grafici davvero pregevoli. A questo punto, sembrerà un po’ estremista, ma penso sia giunto il momento di dare un ultimatum, per velocizzare quest’ultima fase della transizione tra Gingerbread e Ice Cream Sandwich: sei mesi, o un anno, per aggiornare il tema grafico delle applicazioni che sono rimaste troppo legate al vecchio Gingerbread o esse verranno rimosse.

Questa azione andrebbe intrapresa a favore di due categorie: la prima è quella degli utenti meno esperti, dato che i più informati, come voi che state leggendo, sanno trovare applicazioni di qualità; se, per esempio, volessi installare un lettore musicale alternativo, questo sarebbe il primo risultato della ricerca “music player”: il vecchio lettore di Gingerbread. La seconda categoria da privilegiare è quella degli sviluppatori che hanno seguito le tue linee guida, mettendoci a disposizione ottimi prodotti; a loro è dovuta una maggiore visibilità all’interno del tuo store, ottenibile eliminando app obsolete o graficamente superate.

La seconda critica riguarda invece le applicazioni ottimizzate per tablet, ecosistema in crescita anche in questo caso, ma a cui va data una leggera spinta: la libertà è sempre bella, ma spesso non paga, e visto l’atteggiamento di molte aziende, impedire l’installazione di certe app sui tablet, anche in questo caso con un ultimatum, cercando così di penalizzare meno possibile il consumatore durante la transizione, potrebbe essere una buona mossa. Il riferimento è ad applicazioni come Facebook, Twitter (che oltre a non avere una propria interfaccia, ostacola pure la concorrenza), Spotify e molte altre, che ancora non hanno ancora donato alla propria applicazione un’interfaccia consona, pur avendone tutte le possibilità (basti vedere l’applicazione Facebook per iPad), limitandosi invece a  scalare le dimensioni, con risultati davvero pessimi.

Se poi volessi essere davvero pignolo, direi che anche alcune delle tue applicazioni hanno bisogno di alcuni ritocchi: il navigatore di Google Maps (che è in beta da prima che Android nascesse) ha ancora lo stesso tema grafico pre-ICS, e per questo mi aspetterei un aggiornamento a Google Maps nei prossimi mesi; in particolar modo però, tornando al tema dell’editoriale, non disdegnerei nemmeno una migliore interfaccia per Google Play e Google Play Music, dato che soprattutto quest’ultima è lontana dalla perfezione, ed il comparto multimediale merita di meglio, anche per quanto riguarda i video.

Quello che voglio dirti, cara Google, è che guardare tutti gli altri dall’alto della tua posizione è bello, ma per rimanerci in un mercato così frenetico bisogna correre velocemente, e forse anche la libertà dovrebbe in qualche modo venir meno a favore di più controllo, che ovviamente dovrebbe avvenire sulla qualità e non sui contenuti (a differenza di ciò che Apple fa). Google Play ne ha fatta di strada, te lo devo riconoscere, ma ce n’è ancora tanta da fare davanti a noi; sappiamo quanto adori le beta per i tuoi prodotti, cara Google, ma oggi per Google Play quella fase deve terminare, è tempo di spiccare il volo: l’appuntamento è al Google I/O, non mancarlo.

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