Editoriale: Quando la cloud pesa come un mp3

Emanuele Cisotti

2012-12-30 11.17.18

Posseggo un Nexus 4 e lo uso come primo telefono. La versione è quella da 8 GB. Sapevo a cosa andavo incontro quando ho scelto questo modello, visto la pessima precedente esperienza con il Nexus 7 con lo stesso taglio di memoria. In questo caso però la scelta, come potrete facilmente immaginare, è stata quasi obbligata visto l’acquisto in un periodo (quello iniziale) non facile per la commercializzazione dei Nexus 4. E infatti non mi lamenterò di questo, sapevo dove avrei speso i miei soldi e sapevo che sicuramente avrei dovuto rinunciare a giochi o applicazioni particolarmente pesanti.

E così è stato, ve lo posso giurare, anche se so che lo screenshot in apertura sembra volermi contraddire in tutti i modi. La barra verde è quella delle applicazioni, quella viola delle foto/video e l’ultima rossa quella della cache. Fra poco capirete perché ci ho tenuto a chiarirlo. Inizialmente mi sono stupito di questa ripartizione, situazione con cui mi sono dovuto scontrare qualche giorno fa, costretto da una odiosa notifica apparsa dopo lo scatto di una foto. La memoria è in esaurimento e, come sappiamo, Android si rifiuta di notificare le mail quando rimangono pochi MB di memoria a disposizione, obbligandoti a trovare una soluzione nel minor tempo possibile.

2012-12-30 11.17.32Così ho indagato più a fondo e ho visto come ci fosse una sola applicazione ad occupare quasi la totalità dello spazio offerto alle applicazioni: Google Play Music. Tra le altre cose lo screenshot a fianco dimostra come il mio smartphone sia completamente epurato da giochi (Ingress non è un gioco, vero?), mentre l’immagine di apertura dimostra come la musica sul dispositivo sia realmente ridotta all’osso (il tratto arancione). E allora cos’è successo?

La risposta probabilmente l’avrete già intuita, ovvero come qualcosa sia andato storto con la musica presente sulla cloud di Play Music. Ho riversato tutti i miei brani preferiti sul servizio offerto da Google e li ascolto (quasi) solo tramite streaming, anche grazie ad una generosa offerta dati del mio operatore che non mi pone particolari limiti di scambio dati. In pratica ho abbracciato appieno lo spirito Google che ci invita gentilmente a lasciare a casa i nostri mp3 e a passare alla leggerezza della cloud, dove 8 GB di memoria rimarranno solo un numero di cui non preoccuparsi. Più o meno.

Per chiarezza specifico che ho realizzato alcune playlist di brani che preferisco e li ho impostati per il download in locale, in modo da avere qualcosa da ascoltare anche nell’eventualità di essere fuori copertura dati.

Arriviamo però ora al problema vero e proprio: Google Play Music offre un servizio di cache interno, utile, anzi indispensabile, per il suo corretto utilizzo del software. Permette infatti di riascoltare un brano appena ascoltato senza dover riscaricarlo per intero, di precaricare il prossimo brano e anche di scorrere all’interno dello stesso. In pratica, senza cache, Play Music risulterebbe un software da guinness della frustrazione.

Ok, ma quindi io sono qui a lamentarmi perché un servizio così utile mi ha riempito la memoria del telefono? Beh, sì. Il problema è duplice. Da una parte non è possibile impostare nessun limite per la cache dei brani, ne tantomeno l’applicazione cerca di gestirla in modo intelligente, dall’altra i brani offline e la cache sono un tutt’uno e vengono visti dal sistema come dati dell’applicazione e non come cache. In pratica svuotando la cache (nel mio caso circa 50kb) non otterremo nessuno risultato utile, mentre cancellando i dati otterremo lo scopo di aver completamente “resettato” l’applicazione, privandola anche dei nostri brani offline e anche della configurazione iniziale per Google Play Music.

Sì, avete capito bene, oggi me la sono voluta prendere con un piccolo baco di un’applicazione per molti di secondaria importanza, ma che secondo me ha un importanza strategia nel piano di Google. Spingere l’utente in modo così forte ad utilizzare i suoi servizi e poi cadere in un “piccolezza” come questa, vuol dire contraddirsi appieno e rendere l’utente arrabbiato. Di nuovo.