google now

Google Now al microscopio: scopriamo cosa fa grande questo prodotto

Emanuele Manili -

Con Android 4.2, Google ha introdotto una serie di importanti novità nel suo “pargolo”, Google Now, l’ultimo grande servizio nato in ordine cronologico. Da questa nuova release godremo di nuove card e nuove categorie.

Lo sforzo dietro questo progetto è enorme, e sicuramente non gli rende giustizia la poca “notorietà” di cui, purtroppo, ora gode.

Google Now possiede oggi un duplice valore: per quello che è in grado effettivamente di fare “ora”, e per le basi che ha gettato per il “futuro”.

Ma andiamo per gradi.

Una comprensione più profonda

Alcuni di noi potrebbero non avere grande familiarità con Google Now, sostanzialmente perchè è un servizio esclusivo dei dispositivi aggiornati ad Android Jelly Bean. Si lo sappiamo, in nostro “soccorso” vengono una serie di custom ROM e apk, ma per ora limitiamoci a ragionare nell’ottica “stock”.

A beneficio di tutti, ricordiamo che si tratta di un’app che combina due importanti funzioni: la ricerca vocale e l’apparizione delle cosiddette “cards“, delle schede contenenti informazioni pertinenti ad un certo contesto.

In realtà, Google Now sottopone alla nostra attenzione informazioni utili che si riferiscono all’ambiente a noi circostante sulla base di informazioni basilari a nostra volta fornite, aspetto che lo differenzia in maniera netta dal concorrente Siri, ma che ancora genera confusione.

Queste schede possono contenere ristoranti locali, informazioni sul traffico nel tragitto verso casa, o le informazioni sul nostro prossimo volo. Tali informazioni appaiono in maniera del tutto spontanea, cercando di prevedere qual è quella per noi più utile in quel dato momento.

Mentre la mente di alcuni utenti finali può essere sfiorata dall’idea che questo sia un servizio relativamente semplice, bé, dovete sapere che tutto ciò è possibile solo grazie all’enorme capacità computazionale che Google possiede, affiancata ad una mole di informazioni a nostro riguardo che neanche immaginiamo, ottenuta ovviamente attraverso le numerose ricerche che effettuiamo su internet.

Citando Hugo Barra, Director of product management di Android:

“E’ esattamente ciò in cui Google è la migliore. E’ come se avessimo lavorato su Google Now per gli ultimi 10 anni. Questo perché Google Now va a toccare ogni retroscena di Google, ogni singolo servizio web sviluppato in questi 10 anni diventa parte di questo nuovo servizio.”

L’ampiezza di questo database, incarnato in semplici ed immediate cards è ciò che rende Google Now un prodotto così intrigante.

Uno degli esempi preferiti da Barra stesso è l’incredibile capacità di Google Now di “sintetizzare” insieme più informazioni in un unico, comprensibile risultato.

Se per esempio cerchiamo “Direzioni verso il museo con la mostra di William Paley” (nota: questo ovviamente è un potenziale ancora inespresso su territorio italiano, almeno fino a quando queste funzioni non saranno pienamente supportate nella nostra lingua, per ora prendiamo per buono l’esempio “anglofono”), porterà Google a:

  1. trovare questa mostra
  2. capire che abbiamo interesse per il museo dove avviene la mostra
  3. conoscere la nostra posizione
  4. presentare una semplice scheda con la mappa dell’area interessata e un tasto per passare alla navigazione verso quel punto

 

Capiamo bene che dare una forma semplice ed immediata a tutte queste informazioni sia stata un’impresa non da poco. Proprio per questo Google ha iniziato con una modesta selezione di schede e relative categorie: promemoria dal calendario, meteo, voli, risultati sportivi, informazioni sul traffico, ristoranti locali e poche altre categorie (di nuovo: non tutte ancora disponibili nel nostro paese).

Anche con una “limitata” selezione di dati, Google ha sempre dovuto “scegliere” quali schede fare apparire e quando. Ed i risultati sono spesso piuttosto accurati ed utili.

Con l’ultimo aggiornamento, Google amplia le categorie di Now, aumentando di fatto il numero di informazioni in grado di restituire.

Queste non sono aggiunte rivoluzionarie, ma un passo ben piantato alla volta è ciò che ci si è prefissati sin dall’inizio, quindi auguriamo buon lavoro a tutti.

La prima categoria coinvolta in questo rinnovamento riguarda Gmail. Con il nostro permesso, Google terrà d’occhio la nostra casella inbox alla ricerca di prenotazioni di voli, hotel, ristoranti e addirittura biglietti e tracking dei pacchi postali (ancora una volta, ci riserviamo di avere qualche serio dubbio sulla loro implementazione immediata nel bel paese). Una volta raccolte tali informazioni, ecco che “sbucherà” la tradizionale scheda al momento opportuno.

Un esempio pratico? Atterriamo all’aeroporto di destinazione ed ecco che ci viene mostrata la scheda relativa all’albergo che abbiamo prenotato.

Delizioso.

Alcune delle altre nuove categorie rappresentano delle novità minori: news, concerti, film ed attrazioni locali.

Implementata anche una scheda che tiene traccia dell’attività fisica e che sfrutta accelerometro e dati sulla localizzazione: ogni mese ci farà sapere quanto abbiamo camminato o pedalato, offrendo anche un utile paragone col mese passato.

Un’altra nuova scheda molto interessante ci avviserà del fatto che siamo vicini ad una “photo opportunity” (lett.: opportunità fotografica, o di foto): questa usa i dati del famoso servizio Google “Panoramio“, avvisandoci che siamo in prossimità di uno spot ad “alta densità di foto scattate“.

Potremo allora prendere visione delle foto scattate in quel determinato punto di riferimento (siamo persuasi saranno solo foto che non violeranno la privacy delle persone) e, Google si augura, scattarne una anche noi.

Una rete neurale

Altra “entità” facente parte di questo grande corso innovativo è senza dubbio Voice Search.

La ricerca tramite voice search è più che una semplice trasformazione di parole dalla voce al testo scritto.

Scott Huffman, Engineering Director for Search Quality, sostiene che:

“…riconoscimento vocale, comprensione del linguaggio, comprensione di entità e conoscenza nel mondo devono finalmente convergere.”

La ricerca vocale è una di quelle feature che ormai chiunque dà per scontate in un moderno smartphone. Sia Siri che i Windows Phone offrono funzionalità che tentano di andare oltre la semplice ricerca web.

Capiamo bene che lo standard qualitativo al quale l’utente medio è abituato si è alzato, e Google lo sa bene. E’ per questo che gli sforzi dell’azienda sono tutti concentrati nel far convergere in egual misura quegli aspetti citati da Huffman.

Ed è così che Google è passata all’impiego di una “rete neurale“, molto più efficace nel riconoscimento di ciò che pronunciamo.

Una rete neurale è un sistema di computer che funziona un pò come i neuroni nel nostro cervello.

Essenzialmente, il computer è organizzato in livelli di neuroni basati su software che fanno lo stesso lavoro dei veri neuroni: ricevono gli input e li “sparano” verso altri neuroni in base al dato ricevuto.

 

 

Ecco come funziona:

il primo livello di neuroni si occupa di elementi molto semplici, come linee o colori. Se trova qualche corrispondenza, parte un nuovo segnale. Questo arriva ad un secondo livello di neuroni, il quale semplicemente presta attenzione al set di inupt “sparati” dai neuroni del primo livello. Se aggiungiamo più e più livelli con lo stesso comportamento, stiamo aggiungendo sostanzialmente dei livelli di astrazione concettuale finchè, nel layer in cima, c’è un neurone che ha addestrato se stesso nel riconoscimento (per esempio) dei gatti nel 15.8% delle volte.

Questo non vuol dire certo che il computer “capisce” cosa sia un gatto in maniera cosciente, ma semplicemente che riconosce i gatti senza che ci sia bisogno di alcun intervento umano.

Ecco, i ricercatori di Google hanno preso questo metodo e lo hanno applicato direttamente al riconoscimento delle parole.

(i più curiosi possono approfondire QUI)

Knowledge Graph

Riconoscere semplicemente ciò che stiamo dicendo non è certo sufficiente.

Lo sforzo di Google quindi, a questo punto, risiede nel riuscire a far capire ai propri computer cosa stiamo chiedendo loro.

Una parte di questo lavoro proviene da un’iniziativa relativamente recente, il cosiddetto “Knowledge Graph“, o “Grafico della Conoscenza“, l’impegno dell’azienda nel compilare un database di “entità” del mondo.

Oggi i server di Google sono in possesso di circa 500 milioni di entità, e “conoscere” queste identità significa potere intervenire su di esse in svariati modi. Quindi, se per esempio cerchiamo “Tom Cruise”, Google sa che ci stiamo riferendo ad una persona, e non ad una vacanza (cruise significa crociera in inglese, appunto), restituendoci come risultato una serie di informazioni interessanti su questo personaggio invece di operare una mera ricerca di parole.

L’intento di Google diventa quello di non voler creare un’esperienza nella quale abbiamo a che fare con il surrogato di una persona umana (qualcuno ha detto Siri?!), ma una in cui possiamo dire “hey, sto interagendo con tutta Google!”, e quindi con tutto il sapere a sua disposizione.

La Google con cui interagiamo attraverso Google Now è molto differente dalla Google che abbiamo usato fino a solo un anno fa. Tutte quelle parti rimaste separate per anni trovano ora una coesione in questa nuova identità.

Sempre Barra ci rivela che quello di Google Now è partito come un progetto al 20%, intendendo che nacque come un umile “side-project” due anni fa, per diventare un progetto pilota come quello che vediamo oggi solo di recente. E comunque non ancora alla sua massima espressione.

In una singola app, Google ha fatto incontrare le ultime tecnologie: una ricerca vocale che comprende ciò che diciamo come un cervello umano, una conoscenza delle entità del mondo reale, una (inquietante, se vogliamo) comprensione di chi siamo e dove ci troviamo, e sopra tutte l’acquisizione di esperienza nel classificare le informazioni.

A questo punto ci viene naturale fare qualche, seppur breve, riflessione sui tempi che stiamo vivendo.

Ci troviamo in un periodo di estrema connessione, di aggiornamento in tempo reale su ciò che accade al capo opposto del mondo.

Con pochi click, o tap, riusciamo a scoprire cosa ci circonda.

Siamo in grado di sapere costantemente la posizione di amici, parenti, colleghi.

Possiamo usare la rete per fare buona pubblicità o per rovinare reputazioni.

I progressi di un’azienda leader come Google sono apprezzabili e di sicuro fascino, ma in tutto questo buonismo, condito da tanto ottimismo, una pulce nell’orecchio vogliamo mettervela: sarà un bene lasciare che qualcuno conosca tutto questo su di noi? E che a gestire questa immensa “banca dati” sia uno soltanto?

Mentre ci pensate, vi lasciamo con la conclusione futuristica dei nostri colleghi di The Verge:

Google ha preso tutto questo e lo ha trasformato in una feature interessante e funzionale, ma se guardiamo più da vicino vedremo che è più di una semplice feature, è un beta test per il futuro.

Fonte: Fonte