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Behind the scene: un lungo reportage sulla genesi dei nuovi Nexus e di Android 4.2

Nicola Ligas -

I colleghi di The Verge hanno avuto la fortuna di compiere un viaggio che molti di noi invidieranno loro: quello nel quartier generale di Google, alla scoperta di Android 4.2, dei nuovi Nexus e dei loro segreti. Preparatevi dunque a tanta invidia ma anche a scoprire dettagli altrimenti ignoti sulla genesi di tutte le novità odierne di Google, in compagnia di personaggi quali Andy Rubin, Hugo Barra, e Matias Duarte.

Iniziamo dunque in maniera insolita: con un video. Un filmato che ci porterà per l’appunto all’interno di Mountain View, e che ci permetterà di dare un primo sguardo animato al nuovo corso di Android e dei suoi Nexus. Ci vediamo tra un quarto d’ora.

Dopo un breve meeting con il papà di Android, Andy Rubin, è subito Matias Duarte a farla da padrone, presentandosi con un’insolita camicia multicolore dai toni vagamente anni ’80, a metà tra il “fricchettone” e il “boss”, se ci passate i termini non proprio tecnici. Nel tavolo dell’ampia sala vetrata, alcuni misteriosi dispositivi avvolti in panni scuri giacciono inanimati: uno di questi è il Nexus 4.

Lo smartphone ricorda ovviamente il Galaxy Nexus, ma dalle parole di chi lo ha potuto provare in prima persona sembra che sia più rifinito e l’utilizzo del Gorilla Glass sia sul fronte che sul retro, a coprire la sua “griglia olografica”, lo rende senz’altro particolare: non preoccupatevi delle rotture, Duarte assicura che è stato costruito in maniera di resistere.

Penso che nei precedenti dispositivi Nexus… non c’era abbastanza tecnologia, non siamo stati capaci di sforzarci abbastanza in tal senso.

Ma veniamo alla domanda che in molti si saranno posti: come mai proprio LG? Ci risponde Patrick Brady, ingegnere che lavora con partner e produttori del robottino.

Ci è piaciuto davvero molto ciò che LG stava facendo con un paio di tecnologie diverse, in particolare riguardo la ricarica induttiva e alcuni dei loro display. I dispositivi che gli abbiamo visto sfornare sono al vertice, e ci sono sembrati un’ottima piattaforma hardware per mettere in mostra la prossima versione di Android. – e Duarte conferma – Lavorare con LG è stato fantastico perché ci hanno completamente  spiazzati con le loro tecnologie.

Profusione di complimenti insomma, come raramente ne abbiamo visti nei confronti di LG negli ultimi tempi, ma a pronunciarli non sono persone qualsiasi, quindi faremo atto di fede e prenderemo per buone le loro parole, anche perché ci spostiamo subito su un altro punto controverso del Nexus 4, ovvero l’assenza di supporto LTE. Per noi italiani la cosa può non sembrare ancora drammatica, ma per chi vive negli USA dove la rete sub-4G è realtà da tempo le cose sono ben diverse. Anche in questo caso Google ha la sua versione dei fatti, stavolta per bocca di Andy Rubin:

Vogliamo offrire dispositivi compatibili con ogni operatore del pianeta, ma l’intoppo tattico è rappresentato dal GSM vs. LTE. Un sacco dei network che forniscono LTE non sono ancora del tutto completi — sono degli ibridi. Forniscono sia i vecchi servizi che l’LTE, il che significa che i dispositivi hanno bisogno di entrambe le radio inserite al loro interno. Per adesso ci siederemo dunque a guardare l’evolversi di queste reti. Due radio nello stesso dispositivo ora come ora ne alzano il costo, e diminuiscono l’autonomia. Quando abbiamo realizzato il Galaxy Nexus con LTE dovevano semplicemente farlo, e non è stata una grande user experience. Sarebbe possibile fare le cose a modo, ma non è lì che metteremo le nostre risorse inizialmente. Tatticamente, vogliamo essere sicuri che i nostri dispositivi siano disponibili per qualsiasi network del pianeta.

In realtà il motivo dell’abbandono dell’LTE potrebbe essere anche più “personale”: non è infatti stato infrequente che in America i Galaxy Nexus a marchio operatore abbiano ricevuto gli aggiornamenti in notevole ritardo, proprio per le difficoltà di venire incontro alle richieste esterne, ed avere un Nexus non al passo coi tempi è quasi un controsenso.

I clienti fanno acquisti all’interno dell’ecosistema, e stanno diventando consapevoli di comprare all’interno dell’ecosistema. Google è aperto, ed è il cloud stesso.

Andy Rubin sintetizza così l’essenza di Android, l’unica piattaforma nella quale puoi scaricare musica da Amazon, libri da Barnes & Noble e app da GetJar, tanto per fare un banale esempio.

Se guardate come si è evoluto Google, è chiaro che sia un’azienda basata sulla pubblicità, quindi la cosa alla base di tutto in questo palazzo sono le pubblicità. Fintanto che restiamo competitivi nei prodotti che offriamo e la gente ci ama per questo, il business pubblicitario funziona. […] Se i clienti amano questi prodotti, sceglieranno il nostro ecosistema e per me andrà bene. Potrò offrire tali prodotti gratuitamente, perché ho un business a stampo pubblicitario.

Rubin abbraccia insomma in pieno e fedelmente la filosofia di Google, ma la troppa apertura di Android è stata spesso criticata, perché fonte di dispersione e, non da ultimo, della famigerata frammentazione:

Ci sono un sacco di produttori che costruiscono dispositivi basati su Android, e io non è che controllo ciascuno di essi. Sarebbe sbagliato se lo facessi perché non aiuterebbe. Siamo davvero alla mercè degli OEM e degli operatori in termini di ciò che finisce dentro ad un dispositivo.

Un altro dispositivo viene nel frattempo svelato dal suo involucro: è il Nexus 10, col suo display IPS da 2560 x 1600 pixel: “it looks incredible” è l’entusiastico commento del corrispondente di The Verge. Il testo è di una chiarezza cristallina, la grafica è viva e gli angoli di visuale estremi.

La scocca è in plastica modellata e doveva esserlo per raggiungere il peso che volevamo. Ma almeno è un bel pezzo di plastica!

Ironizza così Matias Duarte sui materiali del Nexus 10, ma il vero problema delle tavolette Android in fondo non è mai stata la qualità (anche se questo modello è in grado di lasciare indietro qualsiasi concorrente), ma le app. Hugo Barra la vede così:

Una parte delle ragioni per le quali abbiamo investito in maniera significativa nel Nexus 10 è esattamente per portare sempre più motivazione nella comunità degli sviluppatori.

Come dire: diamo loro qualcosa per cui valga la pena sviluppare, e gli sviluppatori verranno a noi, almeno in teoria. Anche Andy Rubin è fiducioso al riguardo:

Stiamo guadagnando marketshare nei tablet. Penso che in fin dei conti stiamo facendo bene. Quando abbiamo realizzato il Nexus 7, abbiamo spinto per migliorare al massimo l’OS, e penso che abbiamo fatto un buon lavoro. Fino ad allora ero davvero preoccupato che non avessimo l’ecosistema adatto per i tablet.

E da ultimo Matias Duarte insiste su quella che per noi è la nota più dolente:

Una delle ragioni principali per la quale la gente vuole un tablet di queste dimensioni sono i contenuti, e noi ne abbiamo molti, abbiamo i magazine, abbiamo i film, e ovviamente tutte le Google app — tutti i servizi di Google — che sono piuttosto ben ottimizzati per queste dimensioni.

La “killer feature” presente in Android 4.2 ed assente dal resto della concorrenza potrebbe essere anche il multiutente: funziona, funziona bene, è veloce ed è facile. E soprattutto rende un tablet, magari costoso, un oggetto più condivisibile e meno personale, giustificandone maggiormente l’acquisto.

 A questo punto, prima del commiato, il discorso ha preso una piega che personalmente ho trovato quasi più interessante (il che è tutto dire) di quanto visto finora: la tendenza (in alcuni casi odiosa) di Google a rimanere in un perenne stato di beta test. Anche per Android è stato in un certo senso così, almeno fino alla versione 4.0 Ice Cream Sandwich: circa un anno fa intuimmo che qualcosa era cambiato, e non solo grazie al tema Holo e al font Roboto, era l’approccio, l’impostazione ad essere differente.

Il corrispondente di The Verge non fa altro che confermare tutto questo, parlando della nuova app di Gmail (quella che già avevamo visto in anteprima), dei quick setting, richiamabili tramite apposito pulsante nella barra delle notifiche o con una gesture a due dita sulla barra superiore, del sempre più incredibile Google Now, dei miglioramenti a Google Music,  e dei widget nella lockscreen. Avete letto bene, anzi, per evitare malintesi riportiamo le sue esatte parole:

Oh, potete accedere ai widget dalla schermata di blocco, il che significa una costante, veloce visuale dei dati che usate di più, senza dover saltare dentro un’app o nella vostra homescreen. Un’altra aggiunta che semplicemente ha molto senso.

Significa quindi strada spianata per Android? No. Se avete fatto la fatica di leggere tutto questo report vi sarete accorti che ci sono assunzioni e salti nel vuoto: l’LTE non è una sfida che può essere rinviata a lungo, e se il problema sono gli operatori prima o poi Google dovrà trovare un modo per venire a patti con loro. Per noi forse non è una cosa pressante ora, ma lo sarà già di più tra un anno e molto tra due. Immaginatevi invece come dev’essere in America. Buona inoltre l’idea che gli sviluppatori siano attratti dall’hardware, ma poi l’idea deve tramutarsi in pratica: e se così non fosse? Sono tutte scommesse che possono essere vinte o perse ma per le quali è necessario avere in mente una via di fuga, un piano d’emergenza.

Speriamo (ma pensiamo) che ne sia consapevole anche Andy Rubin:

Nel momento in cui iniziassi a sfornare pessime app o pessimi servizi, anche se gratuiti, i clienti inizierebbero a scegliere qualcun altro. Sarò sincero; voglio solo che i clienti amino i nostri prodotti, e come ricercatore ed ingegnere, è in pratica il lavoro defintivo. Ogni giorno il mio compito è costruire prodotti che la gente ami. Ma quanto è figo tutto ciò?

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