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Editoriale: Tanto va la gatta al lardo…

Nicola Ligas -

Si è da poco concluso il processo per antonomasia del mondo mobile, che ha tenuto banco per moltissimo tempo: quando nel lontano aprile 2011 scrivevamo che Apple aveva accusato Samsung di plagio non pensavo che saremmo andati così lontano, e sinceramente fino a stamattina non pensavo nemmeno che le cose sarebbero andate tanto male per l’azienda coreana. Ma non per sua manifesta innocenza. Il titolo di questo editoriale è infatti lo stesso laconico commento che ho riportato su Google+ subito dopo il verdetto e rispecchia in maniera sintetica il mio pensiero circa la chiusura di questa vicenda a suo modo un po’ squallida, da una parte e dall’altra.

Tim Cook si preoccupa di dire ai suoi che “è stato un giorno molto importante per Apple e per tutti gli innovatori“: come ogni vincitore ha il diritto di gongolare e la prima risposta a chiunque osi criticarlo è che non sa perdere, ma dato che la sconfitta di Samsung non mi lede in alcun modo, mi sento anche in diritto di dire che qui l’innovazione c’entra assai meno di quanto i clienti delle due aziende avrebbero voluto.

Purtroppo noi italiani abbiamo una percezione “sbagliata” di questo processo e non per un fenomeno di lobotomia colletiva (del quale finora non si registrano casi documentati), ma perché avvenuto in un paese con regole profondamente diverse dalle nostre, dove molti dei dispositivi chiamati in causa neanche sono disponibili in Italia. I giudizi quindi sul sistema dei brevetti americano e sulla stondatura o meno degli angoli di uno smartphone lasciano il tempo che trovano: ogni paese ha le sue “anomalie”, da noi circolavano balzelli sui supporti di memorizzazione solo in base al presunto uso che potremmo farne, mentre negli USA ormai è costume (e lecito) brevettare ogni starnuto. Questo può al massimo sembrare assurdo a noi, ma non può né deve esserlo per una multinazionale del calibro di Samsung e di certo non rappresenta una giustificazione, tanto che anche Google aveva consigliato ai coreani di rivedere un po’ il proprio design. È banale ma importante ribadire quest’ultimo concetto, perché non stiamo parlando di un gruppo di ragazzini che giocano a Risiko: se le regole dicono che il difensore può schierare fino a 3 carrarmatini anche se l’attaccante ne usa uno solo, è inutile lamentarsi a sconfitta avvenuta. Samsung conosceva bene le regole e la posta in palio, meglio di me, di voi e di chiunque altro; e se anche così non fosse sarebbe comunque, a maggior ragione, colpa sua.

L’azienda coreana ha fatto di quella di Cupertino il proprio bersaglio da anni: è un suo pieno diritto, e la competizione tra grandi compagnie è qualcosa che solitamente fa bene al mercato, ma non sempre Samsung ha scelto di competere sulla varietà, quanto sul cercare di offrire alternative simili ai prodotti rivali, anche esteticamente. Gli smartphone NXT di Sony o l’interfaccia Sense di HTC non sono stati lasciati fuori dai giochi per bontà di Apple, ma perché più difficilmente attaccabili. Ha fatto bene Samsung a “scimmiottare” Apple? E perché no, in fondo il mondo è pieno di automobili tutte uguali e design scopiazzati, e fino a prova contraria non dovrebbe essere l’abito a fare il monaco, ma dovrebbe anche sapere fino a che punto può o non può spingersi. Ha fatto bene Apple ad iniziare la “guerra dei brevetti”? E perché no, dato che la legge glielo consente, ma dovrebbe anche ricordarsi che un’azienda rincorre il futuro e non solo i fasti passati. I clienti (dell’una o dell’altra) ne hanno tratto un qualche giovamento? Neanche mezzo. E ora che succederà?

Ho letto commenti di sedicenti analisti che profetizzano una “stagione di dominio assoluto Apple che può durare da 3 a 5 anni”: considerando che ad oggi Android detiene quasi il 70% del mercato smartphone a livello mondiale, direi che la previsione è senz’altro basata su presupposti piuttosto deliranti. D’altro canto c’è anche chi dice che sia tutta pubblicità per Samsung: “Lo sai che una corte ha decretato che i prodotti Samsung sono uguali a quelli Apple? – Ah si, allora quasi quasi compro quelli, magari costano meno.” Ancora una volta è importante ribadire che il mercato non inizia e non finisce in America, e che la percezione dell’esito del processo può senz’altro variare da paese a paese. Un miliardo di dollari sono “nulla” per Samsung, che solo nel Q2 2012 ha realizzato 6 miliardi di profitti, il problema semmai è a metà tra i due paradossali esempi riportati qui sopra: i consumatori come reagiranno? Si butteranno in massa “sull’originale” di Apple, o apprezzeranno (magari ancor di più) la copiona Samsung. E Android che ruolo avrà in tutto questo?

Da più parti si fa largo l’ipotesi che il vero bersaglio di Apple sia Google e nello specifico il robottino, e di certo colpire il maggior produttore di modelli Android non è un buon modo per sviare tali sospetti, ma arrivare a Google (e ad Android) è un altro paio di maniche: l’OS è open-source e BigG non riceve incassi diretti dal sistema operativo, cosa che rende più difficile chiamarlo in causa, inoltre Android stock ha ormai una sua forte personalità, tanto che in un confronto con iOS difficilmente le “ispirazioni” sarebbero a senso unico. Infine è importante sottolineare che il successo di Samsung è il successo di Android, ma per fortuna non vale il viceversa. Anche le sorti future dei modelli incriminati sono ancora incerte, e dovremo aspettare almeno il 20 settembre per sapere se ci saranno delle ingiunzioni sulle loro vendite o magari degli aggiornamenti software da parte di Samsung per cercare di arginare i brevetti contestati. È presto insomma per gridare alla scomparsa del pinch-to-zoom e dei vitali effetti di rimbalzo da tutti i terminali Android, sebbene creare facile allarmismo sia senz’altro la cosa più facile.

No, ora come ora questo processo non riscrive il mondo mobile come qualcuno vorrebbe e non è nemmeno una consacrazione di Apple o una vittoria postuma per Steve Jobs (che, pace all’anima sua, spero sinceramente abbia di meglio da fare che preoccuparsi di queste cose nell’aldilà): è solo l’esempio di come alle volte la lotta per accaparrarsi i consumatori prenda deviazioni brusche e tortuose, lontane dallo sguardo del cliente, che dovrebbe invece essere il suo quotidiano punto di riferimento. Il risultato è che, fermo alla stazione ad osservare, l’utente rischia di sentirsi solo più lontano e distante da chi decide per lui quelli che saranno i modelli a contendersi il mercato (e il suo portafogli). E chi ci dice che, prima o poi, non decida anche di tornare a casa?

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