android al mare

Editoriale: anche Android dovrebbe usare la crema solare

Nicola Ligas -

Le 6 di pomeriggio sono il momento in cui il mare diventa perfetto: il sole è in uno stato di siesta dal quale presto dovrà svegliarsi per tramontare, ma nel frattempo si ricorda di accarezzare la pelle senza scottarla, la brezza marina è un timido vento d’estate che sussurra e non scompiglia, e anche le grida assordanti dei bambini iniziano a far posto al suono silenzioso delle onde; il rischio di addormentarsi su quell’asciugamano steso nella sabbia non più rovente è assai elevato, quand’ecco che, indesiderata e inaspettata come la puntura di una vespa, arriva la domanda che non vorresti: “Tu come ti trovi col Samsung?“.

Per un attimo penso di far finta di nulla, ma decido poi di optare per una soluzione intermedia, ventriloquando un laconico “come con tutti gli altri: alti e bassi”, senza nemmeno alzare il capo dall’asciugamano. Per mia sfortuna l’interlocutore è piuttosto caparbio e inizia a farfugliare qualcosa su un suo vecchio telefono il cui nome non riesce a catturare la mia attenzione, dedicata invece al sempre più invitante mare lì davanti. La scusa del bagno si fa imminente quando, prestando finalmente ascolto alle sue parole, mi accorgo che il suo personale soliloquio verteva sulla qualità dell’audio in chiamata. Le mie paure di una lunga diatriba sui vari produttori Android, argomento che mi appassiona quanto un gelato alla bietola, sono appena svanite come neve sulla spiaggia e mi ritrovo anzi a sorridere stupito del fatto che gli smartphone servano anche a telefonare (!), ma per non tirare troppo la corda con madama Fortuna (che come tutti sanno è cieca, ma sua sorella Sfortuna ci vede benissimo!) decido comunque di giocare la carta del bagno e mi avvio verso la riva sperando solo di non imbattermi in un tritone con il suo Xperia Active.

Non ho nemmeno finito di compiacermi con me stesso per la simpatia e la sagacia della battuta, che m’imbatto in una mamma intenta a ritrarre il proprio pargoletto su sfondo marino, puntandogli contro come arma contundente un Xperia P. Di nuovo, non faccio in tempo a constatare la coincidenza del ricorrente marchio Sony, che mi viene proposto di immortalare madre e figlio. Non ho la prontezza di svicolare in qualche modo la richiesta e così mi accingo al ritratto, se non fosse per le pretese un po’ eccessive della esigente puerpera: la barca, il faro, il sole da un lato e magari anche il riflesso del bagnino tatuato nell’occhiale della signora lì accanto, particolare importante ma non evidente. Nel tentativo di sciogliere rapidamente il nodo e ispirato con tutta probabilità proprio dalla sorella di madama Fortuna cui accennavo prima, mi azzardo a citare la “funzione panorama“: non l’avessi mai fatto! La successiva mezz’ora (dalla regia mi dicono 5 minuti, ma vi assicuro che ne sono passati almeno sei volte tanti) è una lotta tra la connessione altalenante al Play Store e lo stupore della signora che mi aveva probabilmente scambiato per uno stregone, in grado di collegarsi ad internet anche in riva al mare e per di più col suo telefono (del quale evidentemente ignorava questa esoterica funzione). Mi rimarrà sempre il dubbio che non avesse un piano dati flat, ma confido che nessuno faccia la spia!

L’ipotesi di un ultimo bagno è ormai sfumata e dal ticchettio dell’orologio giungono segnali che è l’ora di avviarsi verso casa: c’è comunque sempre tempo per una breve sosta in pineta, anche solo per rinfrescarsi ad una fontanella d’acqua gelida. Il lento frusciare degli alberi e la calma dell’orario da happy hour mi spingono a concedermi una pausa più lunga del previsto, nella quale mi ritrovo a maledire la tecnologia che non sembra volermi dare respiro: ho sempre pensato che il progresso abbia come fine intrinseco quello di renderti più libero e invece a volte non posso fare a meno di vederne il lato schiavista, di non riuscire mai del tutto a staccare la spina.

Studi dicono (non chiedetemi quali, prendeteli per buoni) che l’uomo moderno, sospinto da una tecnologia sempre più interconnessa, si porta molto di più il lavoro a casa, volente o nolente. D’altro canto fino a nemmeno trent’anni fa quando uscivi fuori eri libero: nessuno ti poteva cercare, nessuno sapeva dov’eri e soprattutto anche tu non sapevi niente di nulla e di nessuno finché, rientrando a casa, non avessi acceso la TV o alzato la cornetta del telefono. Con l’avvento dei cellulari e di internet (e con la fusione dei due), tutto questo è radicalmente cambiato nel giro di pochissimo. La condivisione ha conosciuto nuove forme d’invasività, nella quale la tanto decantata attenzione alla privacy degli anni ’90 si è trasformata in una profusione di timeline piene di foto e commenti che mai prima di allora ci saremmo sognati di rendere pubblici (o forse era un sogno silente). Con mail e internet sempre a portata di mano il mondo è pronto in ogni istante ad offrirti le sue meraviglie, ma tu stesso non puoi sottrarti al suo abbraccio.

Alla fine della fiera lo considero un vantaggio, a patto però di sapere che a volte si può davvero staccare la spina senza gravi conseguenze. Anzi, sarebbe quasi doveroso farlo, perché come diceva il saggio “la potenza è nulla senza controllo” e col passare del tempo ho maturato la consapevolezza, forse un po’ arrogante, che meno uno la tecnologia la capisce e più lo esalta. E ve lo dico da “credente nella silenziosa rivoluzione” che l’informatica ha portato nel mondo odierno. Eppure non posso fare a meno di chiedermi se per molte persone tutto ciò abbia una reale utilità o sia solo un gioco o un vanto, con gli smartphone sempre più assurti a emblema del tamarro degli anni 2000. Lo dico con tutto il rispetto di chi non vorrebbe vedere un qualcosa declassato solo perché incompreso o “mal utilizzato”, in un mondo che facilmente crea dei miti e altrettanto facilmente li getta dalla rupe tarpea…ma gli schizzi della vicina fontanella mi ricordano che sono ancora in pineta e non nell’antica Roma, e così decido di avviarmi verso casa.

Mi alzo dalla panchina dov’ero stravaccato, giusto in tempo per vedere una coppia con prole che viene verso di me: il padre di famiglia tiene il figlioletto davanti a sé in una sorta di zainetto per bebè, mentre la madre li affianca sorridendo. Il quadretto è quasi idilliaco e mi riconcilia col mondo, ma quando si fanno più vicini noto un particolare che la mia santa miopia aveva celato: il papà ha in mano un One X e sta facendo vedere qualcosa al pargolo e alla moglie, che per quello sorrideva divertita. Lo spot melenso per famiglie di poc’anzi si è trasformato nella copia reale di una pubblicità di ben altro genere, con conseguente perdita di tutta la sua poeticità.

Non mi stupisco quindi più quando, qualche ora dopo, arriva sul molo un trio di ragazzi in età puberale che camminando giocando a chi colpisce più forte la schiena dell’altro: mi aspetto discorsi di calcio, donne, Olimpiadi e ovviamente rutto libero, ma dopo qualche istante un suono familiare giunge dalle tasche di uno di loro. Whatsapp o chi per lui aveva parlato e quando una decina di minuti dopo me ne vado, i tre erano ancora lì in religioso silenzio ciascuno col proprio smartphone in mano, intenti a comunicare con quella parte di mondo che non era lì davanti a loro.

L’epilogo della storia giunge mentre cerco di prendere sonno, quando ormai davo per scontato che si fosse già conclusa. Dalle persiane socchiuse per la calura arrivano le voci dei pedoni in strada: “Fermo fermo, guarda quel cane! Tieni, gli faccio una foto. Troppo forte, si sta pisciando addosso! Questa finisce subito su Facebook taggato come Antonio. Aaah, oddio mi schizza!“. Purtroppo il cane non ha preso abbastanza bene la mira.