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Editoriale: il Nexus 7 non basta, ma aiuta

Nicola Ligas -

Spentasi in parte l’eco del Google I/O, ma non del tutto quella delle prime polemiche sul Nexus 7, mi sono fermato un attimo a pormi la fatidica domanda: lo compro o non lo compro? Durante questi ultimi mesi, via via che le ipotesi sul primo tablet di Google si facevano più concrete, avevo iniziato a ripetere ai colleghi di AndroidWorld una sorta di mantra, che si può riassumere sinteticamente in: “mio al day one“. Era stata una sorta di rito scaramantico per esorcizzare la convinzione che, come tutti i modelli tanto attesi, anche il Nexus 7 avrebbe avuto qualche “imperfezione” che mi avrebbe fatto desistere dall’acquisto.

Potrei dirvi la mia (in parte in realtà l’ho già fatto) sua ciascuna caratteristica del tablet, sul peso dell’assenza del 3G, sulla mancanza dell’espansione di memoria (nemmeno tramite USB-OTG), e sulla mattonata ad Instagram e soci data dall’assenza di fotocamera posteriore, ma non voglio sminuire l’importanza di questo modello con una mera analisi tecnica, che sfocerebbe inevitabilmente nel personalismo, perché il Nexus 7 vorrebbe essere qualcosa di più di un insieme di specifiche hardware. E il punto è proprio capire se lo sia o meno.

Android è padrone incontrastato del segmento smartphone: nulla lascia presagire che le cose cambieranno a breve, e non per l’assenza di rivali temuti e rispettati, ma perché non si ribalta facilmente in poco tempo una predominanza tale, senza contare che né iOS né Windows Phone hanno “l’economicità” sufficiente ad imporsi sulle masse.

Nei tablet il discorso cambia radicalmente, sia perché il monopolio è praticamente tutto ribaltato a vantaggio di Apple, sia perché lo scenario è completamente diverso e i numeri delle vendite non sono quelli degli smartphone, perché il tablet rimane comunque “uno sfizio”, mentre il cellulare è un’esigenza (e visti i prezzi degli Android più economici, sempre più persone scelgono lo ‘smart’ in luogo del semplice ‘phone’). Microsoft arriverà a fine anno in questo segmento, ma finora non la potevamo certo considerare una concorrente, mentre Android ci è immerso ormai da più di un anno e mezzo, e non accenna a riemergere!

Il vero colpo di grazia all’orgoglio di Andy Rubin, Google e Co. è stato il successo del Kindle Fire (successo altalenante per la verità), per questo in molti hanno visto nel Nexus 7 più una risposta al tablet di Amazon che a quello di Apple. In parte è vero, e fascia di prezzo e caratteristiche hardware sono lì a confermarlo, ma lo scopo della tavoletta di Asus era anche quello di risollevare le sorti di un androide troppo impacciato in questo settore.

Le colpe di Google (e i meriti di Apple), che hanno permesso a iPad di rimanere primo assoluto (per di più con il minimo sforzo) si possono riassumere in maniera molto sintetica e semplicistica:

  • Honeycomb è stato una zavorra: un OS incompleto e pesante (il passaggio a ICS ha letteralmente resuscitato alcuni modelli), nel quale la possibilità di adattare meglio le app pensate per smartphone è arrivata solo mesi dopo il suo rilascio e del quale non sono mai stati rilasciati i sorgenti; immaginatevi quanto tutto ciò abbia invogliato gli sviluppatori a realizzare fantasmagoriche applicazioni per questa versione di Android. Tant’è che l’iPad 2 si è permesso di essere a malapena una versione riveduta e corretta del primo modello.
  • Amazon è scesa in campo prima di Google: al di là dello smacco personale, è quasi al limite del ridicolo che la prima azienda che abbia fatto qualcosa di concreto per far parlare dei tablet Android non sia Google. Ovviamente quella di Amazon non era certo filosofia ma sapiente business, supportato dall’ecosistema del colosso librario che era già ampio e consolidato e metteva a disposizione dei suoi clienti tutta una serie di servizi che hanno ampiamente valorizzato il tablet.
  • Android non ha risposto alla fatidica domanda: cos’è un tablet? Ci è stato detto che un tablet non poteva essere uno smartphone allargato (ecco che quindi è nato Honeycomb), ma Apple è diventata regina proprio con un iPhone ingrandito. Poi infatti anche Google ha fatto un lieve passo indietro con il “sistema unico” (Ice Cream Sandwich), che adatta la sua interfaccia alle tavolette ma sempre lo stesso OS rimane.
  • Google ha preso le redini della situazione in ritardo. Nel 2012 sono usciti i primi tablet Android che hanno fatto parlare molto di sé (principalmente a marchio Asus) ed ecco che Apple assesta un altro colpo con il Retina-iPad (tanto era comunque per l’azienda di Cupertino l’anno di portare il Retina oltre l’iPhone, anche sui nuovi Mac Book). E Google corre ai ripari progettando e realizzando il suo tablet in 4 mesi.

Tutte queste motivazioni, per quanto valide, sono nulla rispetto all’errore strategico principale, che in parte imputo a Google e in parte è un semplice dato di fatto: l’assenza di una piattaforma ruotante attorno ad Android evoluta come quella di Apple (e Amazon). A Mountain View se ne sono accorti e la risposta si chiama Google Play.

Il cambio di nome più ambiguo della storia aveva un’altra motivazione, quella di attirare l’attenzione del pubblico sui suoi servizi. Sulla musica, sui film, sui libri, e ora anche su riviste e serie TV, affinché la gente ne parlasse (almeno in America, da noi è quasi tutto ancora un po’ un miraggio) e si accorgesse che non c’erano solo Amazon ed Apple.

Spesso sento dire che iPad “vince” perché sono migliori le applicazioni. Personalmente non lo credo. Apple vanta 225.000 applicazioni fatte e pensate per tablet e non nego che mediamente la loro qualità sia più che buona, nego però che sia questo il principale motivo del successo di pubblico della serie iPad. Anche sui tablet Android ci sono tante valide app e dubito che l’acquirente medio conosca bene quelle che girano meglio sui modelli di Apple e quelle che invece convincono di più su quelli del robottino.

Ritorniamo alla solita domanda: cos’è un tablet? Che piaccia o meno la risposta di Apple è semplice: un dispositivo multimediale portatile, atto a navigare, vedere foto e giocare. Nulla più, nulla meno. Non è il rimpiazzo per un PC e non è nemmeno il rimpiazzo per un telefono. È in parte un “balocco”, ma che ti permette di fruire in maniera nuova di tutti quei contenuti dei quali ti sei arricchito nel corso del tempo. E proprio questo è il punto. L’utente di vecchia data dell’azienda di Cupertino che ascoltava MP3 col suo iPod lo può fare anni e anni dopo sul suo iPad; quello che aveva acquistato film e serie TV se le ritrova ora su un dispositivo che in fondo può portarsi abbastanza comodamente a giro e che di certo gli permette di vederli in maniera relativamente comoda. Come dicevo prima, è la piattaforma che ruota attorno al dispositivo a fare la differenza (almeno presso il grande pubblico). E questo è stato lo stesso motivo del successo del Kindle Fire, che si appoggiava su un deposito di contenuti chiamato Amazon, e scusate se è poco.

Google sa di essere indietro sotto questo aspetto (e ci ironizza anche sopra), sa che i suoi clienti di vecchia data si portano le mail sul tablet ma non certo molto di più. In questo senso l’anzianità di iPhone e dell’ecosistema Apple in generale premia eccome, e non è nemmeno una cosa alla quale si possa porre rimedio da un giorno all’altro. Non è casuale infatti che Google lanci un tablet economico (ma con un SoC votato al gaming) e al contempo allarghi ulteriormente il Play Store a riviste e serie TV: cos’altro potrebbe fare sennò per riprendere terreno? Lo scopo di fondo non è tanto quello di portare il tablet nelle case dei suoi clienti, quanto di portarvi i propri servizi (lasciamo perdere che in pratica le cose coincidono, è l’obiettivo che differisce e non è una cosa così sottile come può sembrare): se i clienti iniziano ad acquistare film, giornali, giochi e altri contenuti perché un Nexus 7 pagato meno si 200$ gli permette di farlo ad una cifra ragionevole, quando un domani vorranno cambiarlo per un modello più evoluto allora il Nexus 10 (o chi per lui) sarà davvero una valida alternativa. Altrimenti ci sarà sempre un iPad 4 sul quale leggere l’ultimo Game of Thrones.

Detto questo non posso concludere senza esprimere un minimo di frustrazione per quanto noi italiani (si potrebbe dire anche europei) siamo ancora in parte esclusi da tutti questi giochi (e non solo da parte di Google, Amazon non è certo da meno, anzi), nella speranza scaramantica che a Mountain View abbiano davvero capito l’importanza di una rapida espansione di “tutto” il Play Store anche al di fuori dei confini americani.

P.S. Detto questo, mi accorgo ora che ho dimenticato di rispondere alla domanda iniziale lo compro o non lo compro? (ma un suggerimento era nascosto nell’immagine in alto). E che volete che vi dica?  Mancherà questo, mancherà quello, ma il Nexus 7 sarà sempre aggiornato, moddato e smanettato come un ossesso, quindi, care Google e Asus, SHUT UP AND TAKE MY MONEY.

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