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Editoriale: Siri vs S-Voice, la vincitrice è davvero la comodità?

Lorenzo Quiroli -

Come ormai tutti saprete la settimana che si conclude oggi è stata segnata dall’inizio delle vendite del Galaxy S III, il nuovo top di gamma prodotto da Samsung già serio candidato ad essere uno degli smartphone più venduti dell’anno.

Dopo tante notizie, importanti o meno, viene da chiedersi cosa di realmente rivoluzionario in questo smartphone ci sia. La risposta è presto servita: poco, se non nulla. Samsung ha traslato la competizione dalla potenza dell’hardware all’esperienza utente, offrendo un comparto di applicazioni che nessuno smartphone Android prima ha avuto, corredato sì da specifiche di primo livello, ma non tali da mettere in imbarazzo la concorrenza o da rappresentare un gap al momento incolmabile, come alcuni, per non dire molti, si aspettavano.

Una di queste applicazioni, forse la più rappresentativa è S-Voice, software che non ha bisogno di presentazioni e primo vero rivale di Siri nel mondo Android; il lavoro svolto da Samsung in questo frangente non è nulla di speciale sia chiaro, poiché le tecnologie implementate in Siri non sono di proprietà di Apple (il cui assistente vocale come molti sapranno prende la maggior parte delle proprie risposte da Wolfram) e quindi chiunque può acquistarne la licenza, cosa che Samsung ha (intelligentemente) fatto, in attesa di Majel.

Recentemente vi abbiamo mostrato un videoconfronto tra i due software (purtroppo in inglese poiché Siri non è ancora disponibile in italiano) e abbiamo notato come nessuno dei due possa dirsi perfetto, poiché, nonostante le tecnologie di riconoscimento vocale abbiamo fatto passi da gigante nel riconoscimento semantico delle frasi negli ultimi anni, sembra che il software manchi ancora di quell’intelligenza umana che lo renderebbe capace di interagire in modo completo con l’utente.

Una nuova tecnologia, sia chiaro, va sempre accolta a braccia aperte, soprattutto se comporta vantaggi per l’utente, facilitandone l’interazione con la macchina; ma Siri o S-Voice sono realmente abbastanza maturi da svolgere un compito simile? Sarebbe interessante sapere quanti possessori americani dell’iPhone 4S usano quotidianamente Siri; perché se la curiosità è forte le prime volte ed è di certo tra le prime caratteristiche (anche perché forse l’unica realmente innovativa che il 4S offre) che un utente prova, d’altro canto scandire bene le parole per farsi capire e parlare con il proprio smartphone in pubblico sono azioni che non favoriscono l’utilizzo quotidiano, e rendono Siri più un gioco per stupire gli amici che un vero valore aggiunto.

La domanda principale è quindi: “Esiste una sola azione che un assistente vocale riesca a fare più velocemente di quanto un utente esperto riesca a fare?“. Anche nel caso la risposta fosse affermativa, di sicuro nella maggior parte dei casi è più semplice fare da sé, soprattutto quando si arriva a conoscere a fondo il proprio dispositivo, senza contare le volte in cui a causa di un errato riconoscimento di ciò che pronunciamo perdiamo inutilmente tempo; ciò ci porta alla conclusione che questa tecnologia, seppur buona, al momento non è ancora abbastanza matura per gli smartphone, e da un certo punto di vista non lo sarà mai: le azioni che compiamo con il nostro smartphone sono infatti spesso molto personali così come il loro contenuto e anche solo una ricerca su Google può contenere un dubbio che non vorremmo pronunciare ad alta voce in pubblico, per non parlare di un sms o altro.

Personalmente penso che una tecnologia di riconoscimento e comprensione vocale raggiungerebbe il massimo livello di utilità in un ambito come quello della domotica: in quel caso, nell’intimità racchiusa tra le pareti di casa, comunicare con un computer centrale, dandogli istruzioni sull’impianto di riscaldamento, o dicendogli di prepararci un bel bagno caldo, semplificherebbe davvero la vita, forse perché all’interno della casa agiscono molti elettrodomestici, luci e altro che non hanno modo di interagire tra di loro (immaginate di poter ordinare al forno di spegnersi quando le lasagne sono cotte, e nel frattempo di prepararvi un bagno caldo senza la preoccupazione di rovinare la cena, ma avvertendovi in qualsiasi stanza voi siate che la cottura è terminata). Uno smartphone invece ha già un sistema che si occupa di rendere possibile l’interazione tra le componenti hardware e software, e si chiama semplicemente sistema operativo, nel nostro caso Android; senza contare che l’uso più frequente di uno smartphone è quando si è fuori casa, e in strada l’audio sarebbe disturbato, mentre in ufficio sarebbe forse inopportuno. Certo, in determinate situazioni, come ad esempio durante un viaggio in macchina (ma anche in questo caso ritorniamo in una dimensione personale, in uno spazio chiuso) avere un assistente è utile dato che la nostra vista, se siamo alla guida, è impegnata.

Il nocciolo della questione è che probabilmente l’utente medio che acquista smartphone Android consapevole del sistema operativo e delle sue caratteristiche conosce maggiormente le possibilità del proprio smartphone rispetto all’utente medio di iPhone, e Siri ha costituito per qualche mese una funzione esclusiva, senza un equivalente di livello per altri sistemi operativi. Per questo non è trascorso molto tempo prima che alcune voci iniziassero a parlare di Majel. D’altro canto, se volessimo essere obiettivi, sono molte di più le funzioni di cui un iPhone non è dotato rispetto ad uno smartphone Android che viceversa; ma forse, è stata proprio questa irrefrenabile ambizione a pareggiare, come S-Voice ha fatto, e poi a superare (come ci auguriamo che Majel o Assistant faccia) ciò che gli altri sistemi operativi possono fare ad averlo reso il sistema operativo per smartphone più diffuso al mondo.

Samsung Galaxy S III

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