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Editoriale: Un anno senza internet è davvero possibile?

Nicola Ligas

Tra i molti siti stranieri dedicati al mondo della tecnologia che seguo quotidianamente, ce n’è uno che si è fatto rapidamente spazio tra i miei preferiti, fino a diventare quello che personalmente apprezzo di più, a partire addirittura dal bivalente nome stesso: The Verge. (forse in effetti non dovrei dirvelo, ma spero apprezzerete l’onestà e non smetterete di seguirci a vantaggio loro.) Il motivo per cui ne parlo è in realtà il fatto che uno dei suoi fondatori, Paul Miller, già editor di Engadget, ha deciso di rinunciare totalmente a internet, in ogni sua forma, per un anno a partire dal 1° maggio scorso, e ciò mi ha portato a pormi la banale domanda da cui questo articolo è partito: ma si può davvero (r)esistere un anno senza internet?

Non occorre essere troppo anziani per ricordarsi di un tempo in cui la banda larga non era appannaggio di chiunque, l’ADSL in Italia è arrivata solo col nuovo millennio e, per quanto internet in sé fosse sempre lo stesso del giorno prima, potervi navigare ad alta velocità dal salotto di casa ne ha comunque cambiato drasticamente l’uso e la percezione, per non parlare delle potenzialità.

Ciò che però ha veramente collocato la proverbiale ciliegina sulla torta della “dipendenza da internet” di milioni di persone è stato senz’altro l’avvento degli smartphone Android; non ho specificato casualmente il sistema operativo, perché in questo caso il merito è tutto del robottino verde: solo con Android bastano un centinaio di Euro e un piano dati per essere sempre online, nessun altro OS mobile può vantare prezzi così popolari, non certo iOS e nemmeno Windows Phone, sebbene con il Lumia 610 anche Microsoft e Nokia sembrino iniziare a mangiare la foglia.

Alla luce di tutto questo ho provato dunque a calarmi nei panni di Mr. Miller e più cercavo di immaginarmi i giorni, le settimane e i mesi lontano dalla rete, più la sua idea, nella mia percezione, mutava dal geniale al folle e viceversa, forse perché intrisa di entrambi gli elementi.

Internet rappresenta una delle grandi rivoluzioni nella storia del genere umano; probabilmente qualche studioso in ascolto sentirà pulsare la propria tempia leggendo una frase simile, ma è un dato di fatto che l’avvento della rete globale ha segnato rapidamente e silenziosamente un profondo cambiamento nella vita di milioni di persone su scala planetaria, diventando in breve tempo lo strumento di comunicazione per eccellenza e sorpassando anche il suo più illustre “antenato”: il telefono. I suoi detrattori potrebbero dire che si stava meglio quando si stava peggio, oppure ripetere la litania già sentita riguardo i cellulari, cioè che i nostri genitori sono cresciuti senza e stavano benissimo lo stesso: nessuno contesta la storia delle generazioni passate, ma l’avvento di una nuova tecnologia che si impone così rapidamente non inficia il passato, piuttosto cerca di riscrivere il futuro.

Il mio personale rapporto con la rete inizia ogni mattina poco dopo che mi sono svegliato e termina alcuni minuti prima di dormire: certo, c’è stato un tempo in cui dovevo guardare il giornale per sapere cosa c’era al cinema e se ci avessi pensato una volta uscito di casa sarebbe stato assai più complicato; le notizie non le leggevo in tempo reale (o quasi), al massimo era il TG della sera o il giornale del giorno dopo ad aggiornarmi su ciò che era accaduto quello prima; mantenermi in contatto con tante persone diverse quotidianamente non era certo così immediato e se avevo bisogno di un’indicazione stradale dovevo chiedere in giro o portarmi dietro un Tutto Città, nella speranza di non uscire troppo dal comune compreso nelle mappe; le previsioni del tempo poi le facevo da solo guardando il cielo (e a volte le indovinavo più di tante app, ma questo è un altro discorso); le entrate e le uscite monetarie, se mai mi fossero interessate, avrei dovuto appuntarmele su qualche quaderno, per non parlare dell’agenda degli appuntamenti, che di certo non mi avrebbe avvisato con un promemoria dell’imminenza di un impegno. Odiavo abbastanza prendere il treno, anche perché non sapevo mai se mi sarebbe stato utile o meno, mentre adesso bastano pochi secondi e conosco orario, ritardo, binario e costo del biglietto, che posso acquistare in un attimo senza code alle casse. Anche i giri in centro sono diventati più divertenti, perché basta un piccola ricerca o un’app di realtà aumentata per scoprire luoghi rimasti a me sconosciuti per anni e così un piccolo viaggio diventa sempre meno un salto nel buio. Tutto ciò senza nemmeno parlare delle cose più banali, come leggere le email ovunque e in tempo reale, catturare foto che magari ci riveleranno qualcosa di inaspettato grazie ad app come Google Goggles, e ascoltare musica o guardare qualche video ogni volta che vogliamo.

L’elenco potrebbe continuare a lungo e mi sono limitato alla sola componente smartphone, senza andare a intaccare il tempo passato davanti a un PC per lavoro o svago: la morale della favola non è tanto sottolineare la mia evidente assuefazione alla rete, quanto il fatto che una volta aperto il Vaso di Pandora è difficile se non impossibile richiuderlo. Forse senza internet torneremmo tutti a correre felici nei prati rincorrendo scoiattoli ma credo anche che, come con tutti gli strumenti dalle grandi potenzialità, stia a ciascuno di noi conoscerli e sfruttarli senza abusarne.

Lode dunque a Miller e auguri nel suo tentativo di astinenza: senza dubbio sarà “un viaggio” interessante e, per quanto mi renda conto dell’oggettiva difficoltà, una parte di me avrebbe voluto avere l’idea per prima, anche se dubito che un blog dall’altra parte del mondo ne avrebbe poi parlato. Voi che ne pensate, è possibile stare un anno senza internet? E quanto ha contribuito il vostro Android a rendervi dipendenti dalla rete?

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