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SkyDrive e Dropbox: veri paladini a guardia dei nostri file?

Roberto Orgiu

Qualche giorno fa abbiamo sbirciato nelle licenze di tre famosi servizi di cloud storage e la posizione di Big G ci ha leggermente preoccupati: ma anche gli altri servizi sono proprio così integerrimi? Proprio per rispondere a questa domanda, ci siamo inoltrati nelle condizioni d’uso di due dei più famosi, Dropbox e Skydrive, e ne sono emersi altri particolari non propriamente rassicuranti.

Partendo da Dropbox, una delle prime righe sancisce che l’azienda non fornirà mai i nostri contenuti a nessuno, nemmeno in casi giuridici:

no matter how the Services change, we won’t share your content with others, including law enforcement

il che da una parte è rassicurante, ma dall’altra poco credibile, tanto che ci aspetteremmo al suo fianco un sacco di asterischi, pronti a celare “la fregatura”.

Poche righe dopo, scopriamo infatti che siamo gli unici responsabili dell’account e dalle azioni da esso derivate, che siano esplicitamente autorizzate da noi o meno, e che se vogliamo che i nostri dati siano al sicuro dobbiamo preoccuparci noi di stabile una connessione sicura con il server.

You are responsible for any activity using your account, whether or not you authorized that activity. (…)  it is your responsibility to use a secure encrypted connection to communicate with the Services.

Proseguendo, ci siamo imbattuti in un’altra frase piuttosto enigmatica, che sembra rimandare in maniera contraddittoria al primo punto:

We will respond to notices of alleged copyright infringement if they comply with the law and are properly provided to us.

ovvero, in caso di infrazioni al copyright, Dropbox potrebbe fornire i dati richiesti. Terminiamo la carrellata su questo servizio con un ultimo paragrafo abbastanza oscuro:

We may share your information with a third party application with your consent, (…) we are not responsible for what those parties do with your information.

In poche parole, Dropbox può condividere i nostri dati con altre applicazioni, ma l’azienda non è responsabile di cosa facciano terze parti con queste informazioni. La cosa è legittima nel senso che lo farà solo dietro nostro consenso, ma se vogliamo stare sicuri è meglio non darlo a prescindere.

Spostandoci a Redmond, la solfa non varia di molto, in quanto SkyDrive promette le stesse cose di Dropbox, salvo poi sottolineare che

L’utente è responsabile del backup dei dati che archivia nel servizio. In seguito alla sospensione o all’annullamento del servizio, Microsoft potrà eliminare in modo permanente i dati dell’utente dai propri server senza alcuna obbligazione di restituzione dei dati all’utente.

Segnala inoltre la possibilità per l’azienda di caricare automaticamente informazioni sul computer dell’utente e sull’utilizzo che lo stesso fa del servizio offerto da Microsoft, concedendosi anche il diritto di modificare il contratto in qualunque momento e, soprattutto:

Microsoft potrà accedere alle informazioni sull’utente, incluso il contenuto delle sue comunicazioni, o divulgarle per: (a) ottemperare alle normative di legge oppure attenersi a richieste di legge o alle disposizioni di un processo legale; (b) proteggere i diritti o la proprietà di Microsoft o dei suoi clienti, inclusa l’applicazione dei contratti di Microsoft o delle informative di Microsoft che disciplinano l’utilizzo del servizio da parte dell’utente; oppure (c) proteggere la sicurezza personale dei dipendenti, dei clienti o degli utenti Microsoft, ritenendo in buona fede che l’accesso o la divulgazione sia necessaria a tale scopo.

Ma cosa si intende per buona fede? Ce lo chiediamo perché in fondo anche Google Drive contiene una clausola simile.

Interpellando Big G, notiamo che Google non cerca di alienare la proprietà dell’utente, ma semplicemente avvisa, con toni più coloriti, che se si carica qualcosa sui loro server, questo qualcosa potrebbe essere utilizzato, ma solo per i servizi che Mountain View trova interessanti: una sorta di scatola dei suggerimenti implicita che assomiglia molto ad uno specchietto per allodole o per lo meno ad un amo non troppo invitante. Scorrendo il testo, notiamo un’interessante clausola che arroga all’azienda il diritto di mostrare i nostri contenuti in buona fede, esattamente come Microsoft.

A quanto pare comunque, non è proprio tutto oro quel che luccica e nessuno dei tre servizi sembra al riparo da obiezioni e “fughe di dati”: voi cosa ne pensate?

 

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