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Editoriale: Il Liquidmetal che manca ad Android

Nicola Ligas -

Ricordo ancora con un pizzico di nostalgia una 100 metri di diversi anni fa: ero capitato in una di quelle batterie dove l’unica opzione era perdere, e fu esattamente ciò che feci; in compenso scesi per la prima volta sotto i 13 secondi, e quell’effimera e fugace sensazione di velocità fu più inebriante della vittoria stessa. (disse la volpe all’uva.)

Potremmo fare una lunghissima dissertazione su quale sia il segreto del successo, tanto siamo tutti allenatori, politici, uomini d’affari o ingegneri, a seconda del caso, fatto sta che, se una simile formula esiste, stento a trovarla in Android, almeno in questo inizio 2012.

Le principali vetrine tecnologiche (CES e MWC) hanno visto il robottino verde protagonista, ma questo è praticamente scontato, anche solo da un punto di vista numerico. Se però lasciamo perdere gli annunci e ci spostiamo sul piano concreto, quella (fastidiosa) sensazione da secondo della classe continua ad aleggiare sul panorama Android, e il mordente che ci aspetteremmo stenta ancora ad arrivare.

L’ecosistema Android ha il vantaggio di essere formato da molti produttori, il che significa ampia scelta, varietà di tecnologie, design, prezzi e personalizzazioni, ma non sempre tutti questi vantaggi teorici lo sono anche alla prova pratica:

  • l’ampia scelta a volte è fin troppo ampia ma paradossalmente meno diversificata di quanto potrebbe, e certi produttori giocano più “sull’ammazzare i propri prodotti” che sulla fidelizzazione del cliente (ogni riferimento a Samsung non è puramente casuale)
  • le tecnologie impiegate differiscono anche molto, ma a volte questo porta alla fastidiosa sensazione della mancanza di un modello “perfetto”, uno che sappia coniugare i miglior elementi di ciascun aspetto, mentre sembra spesso che qualcosa sia (volutamente) lasciato fuori, magari tanto per far uscire un modello superiore qualche mese dopo
  • il design ha spesso un certo “marchio di fabbrica”, nel senso che ogni produttore ha il suo stile, rendendo alla fine dei conti il numero di modelli esteticamente diversi assai inferiore a quello che potrebbe essere
  • i prezzi sono sì molto diversificati, ma fino a un certo punto: con la sola eccezione di Sony al momento, se dici top di gamma dici 599€ (699 se ti chiami HTC). Sarebbe facile montare una polemica su questo punto, perché chiunque vuole un telefono ottimo ad un prezzo basso, fatto sta che, almeno quando vengono lanciati, i modelli di punta Android non fanno certo del costo la loro arma vincente. Parallelamente dopo un po’ di tempo è possibile trovarli a meno, dato che si svalutano con relativa velocità (non così tanto come a volte si sente dire, almeno non presso la grande distribuzione): ciò è buono per l’acquirente della seconda ondata, un po’ meno per chi si aspetta un oggetto il cui valore permanga nel tempo
  • di personalizzazioni della UI ce ne sono così tante, che spesso la gente ne farebbe a meno. Ice Cream Sandwich ha ormai una sua forte personalità e Android di per sé lascia comunque le porte aperte ai gusti dell’utente, che può plasmarlo con relativa semplicità a sua immagine: le interfacce personalizzate sono spesso addotte come scusa per i lenti aggiornamenti e non sempre incontrano il favore del pubblico, specialmente quando appiattiscono l’esperienza utente, come nel caso del Galaxy S II che è rimasto esteticamente invariato nel passaggio da Gingerbred ad Ice Cream. Ma di questo abbiamo già ampiamente parlato in un altro editoriale e quindi non ci dilungheremo ulteriormente.

 

Se tutto questo fosse accompagnato da un progresso tecnologico declinato in maniera innovativa per l’utente potremmo anche soprassedervi, invece le aziende sono spesso lontane dal consumatore, o in ogni caso incapaci di convincerlo delle proprie scelte, più alle prese con tentativi che con piani ben congegnati.

Per anni la parola Retina è stata sinonimo di iPhone (complice anche un po’ di mala-informazione), tanto da divenire conosciuta anche tra i non addetti ai lavori, eppure non si tratta certo di una tecnologia esclusiva, ma chissà come mai abbiamo dovuto aspettare fino al 2012 prima di vedere un certo numero di smartphone Android che si spingessero oltre i 300ppi. Quando invece Apple ha lanciato Siri, ecco subito che tutti sono corsi a scimmiottare “l’IA” dell’iPhone 4S, facendole ancor di più da cassa di risonanza.

Quanti sono i nuovi dispositivi Android ad aver lasciato il segno nel 2012? Personalmente dico nessuno.

  • HTC One X e One S: belli sulla carta, hanno fatto parlare di sé per tante valide ragioni, ma alla prova dei fatti hanno evidenziato dei difetti clamorosi, dall’indistruttibile cover che si riga a guardarla, alla navigazione in flash, ad altre leggerezze. E non importa se non usate software Adobe e tenete sempre lo smartphone avvolto in una custodia: un prodotto che costa mezzo stipendio o più deve essere perfetto non solo sulla carta.
  • Sony Xperia S: ottimo per il prezzo (almeno rispetto alla concorrenza), ma il risparmio è compensato da Gingebread preinstallato, occasionali problemi nel display, una cover posteriore removibile nonostante la batteria fissa e un’ottimizzazione tutt’altro che perfetta. È bello, ma non svetta quanto avrebbe potuto.
  • LG Optimus 4x HD e Huawei Ascend: ottimi entrambi sulla carta, forse il prezzo sarà anche inferiore ai canonici 599€, ma appunto non  se ne parla fino all’estate. LG dovrà inoltre recuperare la sfiducia guadagnatasi con il Dual e Huawei è passata dagli entry-level ai top di gamma in un botto. Per quanto siano apprezzabili entrambi gli sforzi, finora devono ancora concretizzarsi e non è detto riscuotano il successo di massa che potrebbero meritare.
  • Morotola: non pervenuta. Ma Google cosa vuole farsene: la vende, la tiene o la lascia fallire?
  • Samsung: a parte sfornare tablet e riedizioni di vecchi smartphone come se piovesse, il Galaxy S III deve ancora arrivare, ma sarà davvero così rivoluzionario? Sinceramente nessuna delle caratteristiche ipotizzate finora mi ha fatto balzare dalla sedia, si tratta di fisiologici update del precedente modello uscito un anno prima e, tra le tante voci, ce n’era infatti una che diceva proprio questo.
  • Asus: impegnata per lo più in ambito tablet, tranne l’ibrido Padfone dal prezzo non proprio popolare. La ricerca dell’originalità a tutti i costi  inizia però a non bastare più: le polemiche (anche eccessive) sul Prime non sono state poche e questo inutile strascico dell’accessorio GPS poteva proprio essere evitato. Inoltre anche Asus sembra iniziare ad accusare la “sindrome ammazza-device”: l’Infinity 700 è un mezzo Prime-killer che giungerà appena 4 mesi dopo il precedente modello: ovviamente sarà venduto ad un prezzo superiore anche solo per diminuire la concorrenza diretta.

 

In generale insomma non posso non vedere un certo appiattimento su standard consolidati, in particolare nella corsa ai quad-core, senza che questo comporti innovazione per l’utente, sia essa reale o percepita (spesso la seconda fa più differenza della prima): tanti modelli, diversi solo in parte, ma che sembrano più occupati a guardarsi in cagnesco l’un l’altro piuttosto che a mettere sul piatto qualcosa di veramente nuovo.

In mezzo a tutto ciò anche la stampa non specializzata inizia a parlare del prossimo iPhone (che per fortuna non uscirà adesso altrimenti farebbe strike di tutti i birilli Android), rivelandoci che sarà fatto in Liquidmetal. Che cos’è? Ma chi se ne importa, tanto tutti penseranno a Terminator II e chi non lo farà sarà lo stesso galvanizzato dal nome, e si dimenticherà presto di quel robottino verde che non lo sa stupire.

Concludendo con la metafora iniziale: correre in una batteria veloce è senz’altro un buon presupposto per migliorare i propri record, ma se perdi troppo tempo a guardare gli avversari ci sarà sempre qualcuno che ti sorpasserà, senza che nemmeno te ne accorga.

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