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Uno sviluppatore di Google, ex Sun, ammette che potrebbe aver copiato qualcosa

Nicola Ligas

Joshua Bloch ha lavorato alla Sun per otto anni nel ruolo di Chief Java Architect, prima di passare a Google nel 2004, e la sua testimonianza nel processo che vede opposta Oracle alla sua azienda potrebbe essere una di quelle che non passeranno inosservate: “Se l’ho fatto è stato un errore, e mi dispiace“.

Per capire a cosa si riferiscano le sue parole facciamo un passo indietro. I legali di Oracle sono focalizzati in particolare su nove specifiche linee di codice, che costituiscono un metodo chiamato rangeCheck (in pratica controlla che un certo array numerico sia compreso in un dato intervallo), scritto da Bloch nel 1997 e inserito nel file Arrays.java, successivamente protetto da copyright Sun nel 2004. Le stesse identiche nove linee si trovano in un file di Android, Timsort.java, che Bloch ha testimoniato di aver scritto nel 2007.

Inizialmente lo sviluppatore ha affermato di non ricordare se avesse copiato il codice, ma in seguito ha affermato che “lo stesso ordine e lo stesso nome sono dei forti indicatori che probabilmente l’ho fatto“, sebbene abbia anche puntualizzato che è pratica consolidata quella di usare lo stesso metodo, e che non solo lui ha contribuito allo sviluppo di Android ma anche a quello del Java Development Kit (Timsort.java è infatti incluso anche in Java SE 7).

Ciò che i legali di Oracle cercano di evidenziare non riguarda tanto il singolo metodo, quanto il fatto che sarebbero fasulle le affermazioni di Google riguardo il fatto che gli ingegneri al lavoro su Android non avevano accesso al materiale protetto da copyright di Sun (e quindi Oracle).

Secondo Bloch, tra l’altro, nessuno in Google avrebbe mai messo in dubbio che fosse appropriato o meno per lui lavorare su Android, visto il suo precedente coinvolgimento con Sun.

Tanto per la cronaca, le nove righe di codice di rangeCheck sono stare rimosse a partire da Android 4.0.

Inutile sbilanciarsi troppo a questo punto, anche se indubbiamente fa riflettere come da un lato “il software non si possa rubare” e dall’altro uno sviluppatore debba stare attento 10 anni dopo a non scrivere proprio lo stesso codice usato in passato. E dire che da uno scrittore di successo ci si aspetta proprio che il suo stile permanga nel tempo.

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