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Il software è un’arte che non si può rubare?

Roberto Orgiu

Non potremmo dirci più d’accordo con il concetto espresso a chiare lettere nel film Tron: Legacy del 2010: il programmatore è un creativo, un artista che fa delle sue idee un oggetto intangibile che risolve un problema quotidiano o meno, banale o complesso di cui noi in realtà non vediamo che l’immagine di esso, l’interfaccia, senza immaginarci (alcuni di noi sicuramente lo fanno) cosa gira dietro quell’opera d’arte virtuale.

Vi chiederete se non stiamo esagerando definendo la programmazione come un’arte, ma è essenzialmente così: proprio come il disegno, se non hai la mano nessuno ti potrà mai far diventare Botticelli e, allo stesso modo, puoi sapere tutti i linguaggi del mondo ma questo non fa necessariamente di te uno sviluppatore; come la scultura, prende spunto dalla realtà quotidiana per elaborarne una visione semplificata e mirata al punto.

Ma a differenza delle altre arti il prodotto dell’Informatica non si può toccare: si può usare, si può vedere, si può comprare, ma non è tangibile, esattamente come un’idea. E dev’essere stato proprio questo il pensiero della Seconda Corte d’Appello dello Stato di New York, che ha decretato che il codice informatico non si può rubare, in quanto immateriale, quindi non soggetto alla definizione abituale di furto.

Nel marasma di leggi che circondano questo ambiente, in cui le pene sono tutto sommato sproporzionate rispetto a reati più materiali (basti pensare che, nel nostro Stato, un attacco al sistema informatico di una banca è più grave di una rapina a mano armata), questa sentenza sembra andare contro corrente e, come dicevamo in un editoriale qualche giorno fa, la mancanza di un’educazione informatica è senza dubbio un problema, e con l’apertura che Android e iOS hanno portato il rischio di vedersi applicazioni copiate è sempre più alto.

Ben diverso è il discorso tra Oracle e Google, giunto ormai ad una svolta: i linguaggi di programmazione possono essere tutelati dal copyright o no? Oracle sostiene fermamente che, se i costrutti di un linguaggio sono sufficientemente completi e creativi, possono essere brevettati, Google afferma che il modo in cui questi costrutti vengono interpretati dal compilatore non può che essere paragonato agli strumenti con cui si dà forma ad un’idea, come se fosse la penna con cui scriviamo ogni giorno.

L’ago della bilancia è ancora a metà tra le due grosse aziende, ma ci verrebbe da sottolineare che il Java è di fatto un’evoluzione di un linguaggio molto più vecchio, di cui riprende costrutti e sintassi, ampliandolo verso il paradigma a oggetti e l’idea di brevettare un linguaggio di programmazione assomiglia parecchio al richiedere il copyright per la nostra lingua.

Ancora una volta, una maggiore infarinatura di ciò di cui si è chiamati a discutere, giudicare e condannare sarebbe di sicuro d’aiuto, ma bisogna sempre vedere che non si pensi, come più volte è stato detto nella storia, che il talento imita, il genio ruba. Ma alla fine il genio chi è? Non saranno i piccoli sviluppatori, che di sicuro non possono affrontare queste guerre legali, a farne le spese?

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