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Il CEO di Rovio parla della pirateria (e non soltanto male)

Nicola Ligas

La pirateria è un argomento sempre attuale, controverso e dibattuto: facile prenderla alla leggera quando riguarda gli altri, un po’ meno se magari ne vieni colpito in prima persona. Tempo fa avevamo riportato le dichiarazioni in merito degli sviluppatori di Infinity Blade, sentiamo invece oggi cos’ha a da dire la riguardo Mikael Hed, CEO di Rovio.

Potremmo imparare molto dall’industria musicale, e dal modo piuttosto terribile in cui ha provato a combattere la pirateria.

Abbiamo appreso qualcosa dall’industria musicale, ovvero smettere di considerare i clienti come utenti ed iniziare invece a trattarli come fan. Lo facciamo ogni giorno: parliamo di quanti fan abbiamo. Se perdiamo questa base di fan i nostri affari sono finiti, ma se riusciamo a farla crescere, cresceranno anche gli affari.

La pirateria non è necessariamente un male; in fin dei conti può procurarti più clienti.

Dichiarazioni piuttosto fuori dalle righe, ma che vanno rapportate anche al volume di affari di Rovio, che detiene sostanzialmente il gioco mobile di maggior successo al mondo. Hed sceglie dunque l’approccio “amichevole” piuttosto che il muro contro muro, rafforzato in questa sua convinzione dai milioni spesi dall’industria musicale, che spesso sono serviti solo ad inimicarsi proprio quei fan che a lui sembrano stare tanto a cuore. Tutto ciò a meno che la pirateria non danneggi l’immagine dell’azienda stessa, in fin dei conti non è una questione di filantropia ma di affari, questo l’ha ribadito chiaramente.

La morale che se ne trae non è in fondo nuova: se lasci stare un po’ la pirateria, ammiccandogli magari lievemente con dichiarazioni come queste, avrai al contempo allargato il tuo bacino d’utenza (anche di quella non pagante, ma chi dice che in futuro non lo facciano?) contribuendo al contempo a rafforzare la tua immagine di compagnia “tollerante e dalla mente aperta”. I giochi di Rovio inoltre contengono spesso link al loro store, così quello che magari non arriva dai proventi del gioco, ritorna in forma di gadget.

Ovviamente questo tipo di approccio non è detto sia universalmente valido: per “fare soldi” anche con la pirateria devi comunque avere un marchio consolidato, difficilmente un piccolo produttore indipendente, che sviluppasse un unico gioco senza alcun merchandising correlato, sarebbe molto felice di vederselo copiato senza riceverne un obolo, ma quei tempi per Rovio sono ormai lontani, e così anche la loro policy sembra essersi adeguata.

Secondo voi qual è l’approccio migliore: poliziotto buono o poliziotto cattivo?

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