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Dall’osborne-1 al 2041: passato e futuro del mobile computing

Nicola Ligas

Aprile 1981 – aprile 2011. In questo breve lasso di tempo, il mondo del mobile computing è così mutato da non poter più essere definito lo stesso. Paragonati alla storia dell’uomo trent’anni sono un battito di ciglia, in campo informatico rappresentano il solco che separa un portatile da 11 chili (l’Osborne-1) dagli odierni tablet e smartphone. E tra altri 30 anni cosa porteremo con noi nella vita di tutti i giorni?

1795$, tanto costava il primo computer “trasportabile” commerciale, dotato di schermo da 5 pollici e racchiuso nella sua pratica valigetta da 11 chili: l’azienda che lo produceva viene ricordata più per il così detto “effetto Osborne” che per il successo dei propri prodotti (o della sua strategia commerciale), infatti nel 1985 fallì, ma ciò nonostante il pioniere Osborne-1 è indubbiamente entrato a far parte della storia dell’informatica.

Nel frattempo i computer portatili sono diventati effettivamente tali, o quantomeno si sono meglio adattati al termine, riducendo peso e dimensioni a sempre minor scapito delle prestazioni: inizialmente esclusiva di manager sempre impegnati (anche solo per il prezzo), hanno lentamente sostituito i tradizionali pc fissi, tanto che il termine “desktop replacement” è ormai parte del linguaggio comune e per sempre più persone la parola “PC” è associata a “portatile”.

E se i notebook hanno rimpiazzato i desktop, chi ha occupato il posto che i primi avevano lasciato libero? Ovviamente i netbook, diffusisi tra le masse forse anche con un certo ritardo (ma non ditelo a Psion!), il cui successo è però innegabile, testimoniato dal proliferare di emuli dell’Eee PC originario.

In tanti anni dunque tutto quel ch’è cambiato è stato il peso, la maggiore potenza di calcolo (scontata) e la portabilità. Un po’ poco in fondo, considerato che l’idea di fondo è rimasta praticamente la stessa.

Per fortuna che c’è Apple (non sono ironico)! iPhone e iPad non possono essere considerati rivoluzionari dal punto di vista tecnico ma, come l’iPod prima di loro, hanno un grandissimo ed innegabile merito: quello di aver condizionato la massa, diffondendo una certa tecnologia già presente, come evidentemente nessuno era riuscito a fare prima. E’ stato così per l’mp3, che ormai per il grande pubblico è binomio inscindibile da ipod, ed è così anche per gli smartphone e i tablet (iPhone e iPad li conosce chiunque, anche chi non sa nemmeno cosa siano!).
Nessuno si sottrae alle spinte del mercato, ed infatti ecco che al giorno d’oggi le parole “smartphone” e “tablet” vengono coniugate da tante aziende diverse, ovviamente con risultati eterogenei a seconda del caso (Android ha una marcia in più, a mio parere, ma entrare troppo nel merito esula dagli scopi di questo articolo).

Semmai ci si potrebbe domandare: ce n’era davvero bisogno? I tablet sembrano davvero una logica evoluzione dei netbook, un po’ come nello spot dell’eee Transformer, eppure se non c’avesse messo lo zampino Apple chissà quando si sarebbero diffusi. Ma sono una vera innovazione? A costo di tirarmi la zappa sui piedi, ed a titolo puramente personale, rispondo di no. Così come sono adesso hanno un rapporto prezzo/utilità assurdamente elevato e non introducono vere possibilità nuove per l’utente finale: a livello di portabilità gli smartphone sono ovviamente insuperati (e spesso con funzionalità assai analoghe per non dire identiche), e a livello di performance e flessibilità i netbook/notebook hanno comunque una marcia in più.
Ciò significa che falliranno? Certamente no, il mercato spinge particolarmente forte in quella direzione, specie quest’anno, quindi non dubito che ne vedremo in circolazione sempre di più, ma quantomeno auspico una loro evoluzione in una direzione più pratica e meno “sfiziosa”, magari senza tralasciare il capitolo sul costo. I primi segni già si notano: alcuni esempi sono il Flyer di HTC ed il MeMO di Asus, ma anche il Transformer e lo Slider (sempre di Asus), che si discostano dal paradigma tipico del tablet stile iPad cercando di aggiungere funzionalità maggiori e diverse rispetto alla concorrenza; ma di certo si può fare ancora di meglio. Il mercato è probabilmente abbastanza grande sia per i netbook che per i tablet, ma chi saprà meglio coniugare i due mondi avrà probabilmente in mano la chiave per un prodotto qualitativamente superiore (il che non ne garantirà matematicamente il successo).

E in futuro? In un mondo in cui al mobile computing si affiancherà sempre più il cloud computing, dispositivi perennemente in linea e votati alla comunicazione saranno la chiave di volta del settore. Ora come ora, e senza alcuno scopo promozionale, posso dire che lo smartphone che un po’ meglio anticipa questa idea è l’Atrix di Motorola. Questo non ha nulla a che fare con bootloader sbloccabili o interfacce scattose, sono le possibilità di sviluppo che esso offre ad essere interessanti.
Un unico dispositivo che sia davvero “personale e personalizzato”, che entri nel palmo di una mano, capace di racchiudere tutti i dati e le informazioni del proprietario, che consenta di pagare al volo senza l’ausilio di carte di credito (chi ha detto NFC?), che serva magari per identificarci e permetterci di accedere ai servizi più disparati, da quelli previdenziali o sanitari, ai bancari, assicurativi ecc., che possiamo portare sempre con noi ma anche alloggiare in apposite dock in TV, PC, auto o altre periferiche multimediali, e che infine magari non esaurisca la batteria dopo qualche ora! Ecco, questo sarebbe un buon auspicio per i tempi a venire, ovviamente completando il tutto con la dicitura “Powered by Android”.

Ci vediamo fra trent’anni per fare il punto della situazione, ovviamente sempre su Androidworld.it

Fonte: Fonte
Apple